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mercoledì 2 marzo 2022

Le derive del nazionalismo: lo specchio riflesso.

 Qualsiasi cosa si pensi della guerra in Ucraina e qualsiasi giudizio si dia all’iniziativa di Putin, non c’è nulla di più pericoloso che chiedere ad artisti, intellettuali, sportivi russi una presa di posizione e niente di più stupido di chiedere l’interruzione di corsi universitari su Dostoevskij o proporre l’abbattimento della sua statua.

Il nazionalismo è portatore, oltra che di tanti aspetti deleteri, di una brutta malattia, quella che identifica lo Stato con la Nazione e il Popolo.

Non c’è nazionalista che non abbia in bocca il secondo più odioso pronome personale, il “noi” (il primo, come insegna Gadda, è l’“io”).

Quando un nazionalista dice “noi” vuole trasmettere il messaggio che il popolo sia compatto, un monolite, mentre i popoli sono notoriamente la composizione di frattaglie per niente compatte e unitarie, perché un popolo che sia popolo (maturo e consapevole) sa che i plebisciti funzionano nelle dittature, mentre nelle democrazie bisogna sempre tenere in conto che qualcuno dissenta, si opponga e non si riconosca nella maggioranza. Eppur, nella diversità, un popolo rimane popolo.

Pretendere di calpestare le individualità e richiedere l’autodafé da parte dei russi all’estero è un’idiozia bella e buona. Già lo sappiamo che molti in Russia non la pensano come Putin e chi la pensa come lui si sta facendo facilmente guidare dal nazionalismo più becero: quello che vede in chi dissente il “traditore della patria”, il rinnegato.

Se non vogliamo cadere nella trappola degli opposti nazionalismi, lasciamo in pace ballerini, sportivi e artisti, lasciando che il loro libero arbitrio li guidi nelle loro esternazioni o nei loro silenzi.

Gli atti di abiura sono stati richiesti solo dal Tribunale dell’Inquisizione che non è stato un esempio brillante di rispetto delle altrui opinioni.

Non cadiamo nel tranello dei nazionalismi l'un conro l'altro armati che si autoalimentano quali specchi di barberia contrapposti, riflettendo un’immagine all’infinito, fino all’inconsistenza.

(Ah, l’aspetto veramente divertente è che la destra becera che si è scagliata veementemente conto il “politically correct” e la “cancel culture”, nel nome della libertà di pensiero e di parola, se ne stia ora zitta zitta o, al più, timidamente preoccupata).

sabato 1 maggio 2021

Il neocafonismo dei nemici del "politically correct".

 I nemici del "politically correct" (ossia quelli che definirei i neo-cafoni, per non cadere nell'ideologico; e non si offendano, eh!, perché andrebbero contro i loro principi) dicono che le parole non contano e conta solo la cattiveria.

Peccato che, quando li si apostrofa come meritano (non per il colore della loro pelle, ma per la cupezza delle loro idee), si offendano a morte.
Ovviamente quando dicono ne*ro, fro*io, ze*ca, loro, che abitualmente non conoscono nessuna forma di aggressività. sono sempre animati dalle buone intenzioni. E guai a dubitarne!
Un exemplum del meccanismo mentale che presiede il pensiero dei suddetti e che ho espresso, come mio solito, in modo un po' contorto, si trova qui sotto.
Ribadisco un concetto che ripeto da anni: le parole pesano, sono sassi. Mentre sul pensiero non si può intervenire, sulla parola sì. E non è censura: si tratta di quella che qualcuno un po' retrò definirebbe buona creanza o, semplicemente, educazione, rispetto dell'altro e della sua sensibilità.


lunedì 11 gennaio 2021

Sul “politically correct”. Un modesto parere.

 Girando qua e là su Internet in questi giorni, noto con rammarico che una questione come quella relativa al “politically correct” sta prendendo una brutta piega.

Che il fenomeno ci sia e abbia portato a qualche stortura è innegabile (v. il dadaista”Amen e Awomen” del Pastore democratico), ma associare il “politically correct” alla censura mi sembra una forzatura ingenerosa.

Il “politically correct” nasce, da quel che mi risulta, per difendere le minoranze discriminate.

Per cui, tanto per fare un esempio banale, se tu scrivi “ne*ro” per denigrare i neri, qualcuno alzerà il ditino e ti dirà che non si fa, perché poi alla definizione sprezzante seguono altre azioni come quella di negare a chi appartiene a quella minoranza gli stessi diritti degli altri (e per ottenerli, almeno nominalmente gli USA i ne*ri hanno aspettato il 1964).

Ovviamente ci sono altri precedenti significativi per tracciare una linea di demarcazione tra il lecito e l'illecito come l'aver associato agli ebrei l'epiteto di usurai per poi accusarli di ogni nefandezza durante l'indizione di Crociate, l'infuriare della peste e le crisi economiche nel Reich di Tomania.

Dire che il “politically correct” è il nemico della libertà di pensiero è, guarda caso, un cavallo di battaglia e un po' di Troia della Destra becera, trumpiana o feltriniana a casetta nostra.

Che male c'è dire “frocio al frocio” e “mongoloide al mongoloide”? Non vorremo forse limitare la libertà di espressione?

Purtroppo, qui la libertà di espressione non c'entra nulla e tutti dovrebbero saperlo.

La lotta al “politically correct”, che ormai vedo serpeggiare anche in ambienti insospettabili, si alimenta con gli esempi estremi d'oltreoceano (censurare “Grease”, chiamare “chairwoman” la donna che modera un dibattito pubblico et similia).

Non si considera che la degenerazione è legata al puritanesimo estremista che è lo stesso che, a Destra, propone di bruciare il libro di Darwin nelle Biblioteche per la sua teoria evoluzionista e che, nella sua versione di Sinistra, prende di mira le statue di Colombo come antesignano delle stragi degli amerindi.

Gli acerrimi nemici del “politically correct” sono, però, guardacaso, nell'Orbe terracqueo i fiancheggiatori delle teorie più bislacche ovvero quelli che gridano alla sostituzione etnica, al demoislamocomplotto che vuole tutti i Cristiani adoratori di Allah o al plutopedofilocomplotto della setta QAnon.

Insomma, per usare il coltello di Occam e un esempio alla portata di tutti: sarà sempre lecito dire che un nero è un cretino, quando si comporta da cretino, perché il numero dei cretini è sempre sottostimato (C.M. Cipolla), ma non avrà diritto di parola chi sosterrà che uno è cretino perché è nero, tranne che si voglia indulgere, talvolta involontariamente e con leggerezza, più frequentemente consapevolmente, in quella forma di “suprematismo bianco” e di “razzismo biologico” che, tra Ottocento e Novecento, hanno provocato notevoli danni.

martedì 23 aprile 2019

Easter magic trick tra i giornalisti.


La storiella è divertente. Obama, condannando gli attentati nelle chiese e negli alberghi nello Sri Lanka, utilizza l’espressione “Easter worshippers” che significa (non lo dico io che parlo inglese peggio di Renzi) “fedeli che partecipano alle celebrazioni della Pasqua”.
Un italofono, che sa l’inglese sicuramente meglio di me, ma sicuramente peggio di Obama, si indigna: chiamateli “Cristiani”, che diamine! Abbasso il “politically correct”!
Ovviamente il giornalista, che è poi per inciso il direttore del TG2, ha sbagliato di grosso. 
Il “politically correct” non c’entra un bel nulla.  E la presunta polemica contro Obama è scoppiata solo tra coloro che conoscono l’inglese come me (ossia male) tra il Piave e il Brembo.
Ovviamente gli sono subito andati dietro i giornalisti del copia e incolla. E la figura di cacca di uno è diventata quella di molti. 
E nessuno, dico nessuno, dopo che sono intervenuti fior di esperti per dire che l’espressione è più che legittima, anzi, viste le circostanze, la più adeguata, si è premurato di fare marcia indietro.
 Ecco, ho trovato una definizione perfetta di idiota: idiota è colui che afferma cose sbagliate e/o compie azioni sbagliate e, pur venendo a conoscenza dell'errore, persevera, perché è meglio passare per idiota tra altri idioti che ti dan manforte che per ignorante (orsù, un lampo di ignoranza capita a tutti!) tra coloro che se ne intendono. 
Non si offendano gli arcinemici del "politically correct", eh! Pane al pane, vino al vino! ;-)


Post Scriptum. Sembra che la polemica sia sorta negli USA da un giornale "The Washington Tiemes" e non tra Piave e Brembo. Peccato che lo stesso giornale accusatore abbia usato la stessa espressione pochi giorni prima. Senza alcuno scandalo. Ecco lo spazio dedicato sull'edizione online del giornale conservatore alla questione: The Washington Times In Italia il giorno dopo c'è ancora chi dedica alla questioncella linguistica la prima pagina... La Verità

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