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martedì 3 marzo 2015

Che noie... e che fastidio!



Accidentaccio! In tempi non sospetti ( 2011/2012), avevo incominciato a scrivere alcuni post sulle mie noie quotidiane, sugli imprevisti dell'esistenza, sulle sgrammaticature dei comportamenti.
Ho scritto pochi di pezzi sul mio blog, non sufficienti in qualsiasi caso per imbastire un libro.

Introduzione
http://graffidigesso.blogspot.com/2011/11/introduzione.html
Noie
http://graffidigesso.blogspot.com/2012/10/noie-lacoonte-tra-i-capelli.html
http://graffidigesso.blogspot.com/2012/03/il-tappo-della-bottiglietta.html
http://graffidigesso.blogspot.com/2011/11/le-stringhe.html
http://graffidigesso.blogspot.com/2011/11/graffi-di-gesso-la-pellicina.html
http://graffidigesso.blogspot.com/2011/11/graffi-di-gesso-il-coperchio-dello.html
http://graffidigesso.blogspot.com/2011/11/graffi-di-gesso-il-calzino-spaiato.html
http://graffidigesso.blogspot.com/2011/11/graffi-di-gesso-la-lettiera-della-gatta.html
Ora, con il debito ritardo dei tonti, scopro che Feltrinelli ha pubblicato un libro che ha un'ispirazione assai simile al mio progetto di lavoro.
Come ho già detto in altre occasioni, non credo che ci sia stato plagio: chi lavora nel campo della satira e dell'umorismo, spesso è partecipe di un comune sentire che può portare a risultati molto simili.
Auguro di cuore, dunque, buona fortuna al libro di Federica Bernardo “Momenti di insopprimibile fastidio” e agli altri autori che hanno partecipato alla realizzazione dell'ebook “Che fastidio” promosso dal blog della Feltrinelli sull'onda del successo del libro di Federica Bernardo.
Io , ovviamente, vivendo nascosto, non ne sapevo niente fino ad oggi...

Ah, dimenticavo: che fastidio non aver pensato io prima alla pubblicazione di un ebook! ;-) arz

martedì 2 ottobre 2012

Noie: Lacoonte tra i capelli

Prosegue ( lentamente) il progetto delle Noie.

Ecco un altro capitoletto:

Lacoonte tra i capelli

Chi porta gli occhiali lo sa. Ogni tanto bisogna spostarli dal naso e inforcarli sulla capoccia: le donne per mettersi il Rimmel, gli uomini per schiacciarsi i brufoli davanti a uno specchio.
La casistica è amplissima: dal bacio al pianto, dal tergersi il sudore a leggere uno scritto piccino picciò che le lenti da miope rendono un geroglifico indecifrabile che solo l'occhio nudo e privo di protesi può tentare di interpretare.
Sta di fatto che, quando non ci sia un piano d'appoggio sicuro, il quieto porto delle nostre costosissime lenti è l'apice del cranio e l'azione più spontanea è quella di portare gli occhiali allo zenit della calotta cranica, mantenendo le stanghette ben strette alle orecchie: l'equilibrio, sia chiaro, è instabile e l'occhiale ha una forte tendenza ad assecondare la forza di gravità o ricadendo avanti o, molto più pericolosamente, alle spalle dell'occhialuto con conseguenze in genere catastrofiche.
Questo, però, rientra nella casistica dell'esistenza. Chi porta gli occhiali “sa” che sta rischiando nel portare a termine questa operazione, “sa” che sta giocando una mano pericolosa nella partita truccata con l'esistenza.
Quello che non può prevedere, e che rivela la perfida volontà degli oggetti, è l'incidente che si verificherà quando vorrà riportare gli occhiali nella loro sede naturale.
Ecco, immancabilmente, una piccola ciocca di capelli si attorciglierà qual boa constrictor tra ponte e nasello, lasciando il malcapitato, piccolo Lacoonte tra le spire del serpente, in una situazione veramente imbarazzante.
Vano sarà il tentativo di districare il nodo gordiano con la forza; tirare anche impercettibilmente la ciocca comporterà ( misteri della fisiologia umana!) sul viso un rictus, un sorriso forzato dal dolore. Mollare l'occhiale non si può ( “E se si districa da solo che fine faranno le mie lenti progressive che mi sono costate due occhi della testa?”), tirare con la forza bruta neanche, perché il dolore sarà insopportabile. Dopo un breve lasso di tempo, le dita tenteranno la superficie degli occhiali e con tecniche di scioglimento che metteranno alla prova la manualità fine della vittima, alternando microstrappi e piccole pause per riprendere fiato, alla fine, accompagnato dal sospiro di chi è scampato al disastro, nelle sue mani rimarranno gli occhiali con due, tre capelli strappati, la parte di lui che ha sacrificato per ritornare nel mondo dei vedenti.
Nella Mitologia la Fortuna è rappresentata con una ciocca di capelli, ma calva sulla nuca.
Ho il vago sospetto che portasse occhiali di un certo spessore (la Fortuna è cieca, ma la Sfiga, nostra fastidiosa compagna nel breve viaggio che ci tocca, ci vede benissimo , come ha scritto qualche saggio, e , nel contempo, mi consta abbia una chioma foltissima).
Per chi poi voglia vederci una metafora un po' tirata dei tempi nostri: per asciugarci le lacrime di un ventennio di corruttela, ci siamo ficcati sulla capoccia, per vederci meglio, un Governo tecnico. Ora non si schioda più perché levarlo da lì farebbe assai male...
arz©
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mercoledì 7 marzo 2012

Noie: Il tappo della bottiglietta


“Apri!” mi dice e non aggiunge altro. Sa che la risposta è automatica, pavloviana. L'apertura della bottiglietta d'acqua è compito mio come l'accompagnamento nelle catacombe condominiali della pattumiera. Non si sa quando tra moglie e marito si instaurino simili patti, ma è come se fossero sempre esistiti.
La bottiglietta è nelle mie mani, fredda e umida da frigor.
Ovviamente ora sono un Supereroe che deve dimostrare i suoi superpoteri: l'apertura della bottiglietta è il rito di iniziazione della mascolinità, dove forza e possanza si manifestano ialine. Prova ne è lo sguardo beota, postcoitale del vincitore nella suprema lotta contro il tappo zigrinato, quando va bene. Ma questa volta bene non va.
La mano scivola sul tappo e la torsione macha non sufficit. Resiste, il bastardo! E la mano ritenta il passaggio sulla superficie ruvida, quella che dovrebbe aiutare e che ora sembra solo ostacolare, opponendo resistenza e abradendo minuscole scaglie di epidermide della mia mano.
Mia moglie guarda fiduciosa. “Non si apre?”. Le parole sono superflue, è ovvio che non si apre, ma la sua constatazione interrogativa mi garantisce un secondo tempo, una seconda possibilità.
Adesso la questione diventa seria, come dire?, politica : quel tappo non può averla vinta!
Prima ci vuole una preparazione: eliminare l'umidità diventa prioritario.
Prendo il canovaccio-asciugamano-mappina e asciugo meticolosamente non solo il collo della bottiglietta, ma tutta la bottiglia. Non si sa mai. Ritorco le residue forze sul tappo aiutandomi con lo strofinaccio, il nome che ora più si addice al cencio culinario, tendendo muscoli, tendini e elastici vari del corpo, che, dopo un tempo X in cui l'energia si trasforma in sudore e calore, si rilasciano molli, lasciandomi come una marionetta dopo lo spettacolo, inerte, morto.
“Ne prendo un'altra” dichiaro sconfitto.
Il tappo ha vinto : è solidificato nel mondo di plastica creato per lui.
                                                                                                                                            arz©
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venerdì 18 novembre 2011

Noie: Le stringhe

Le stringhe

...Sì, d'accordo, lacci. Dalle mie parti, però, si chiamano stringhe.
Ti vesti di tutto punto; dalle mutande al maglioncino va tutto bene e ora ti mancano le rifiniture...infili coscienziosamente la camicia nei pantaloni, controlli la zip con l'indice senza guardare, estrai con cura il colletto della camicia dal maglioncino.
La vestizione si svolge nel migliore dei modi.
Stai vivendo in un mondo perfetto ( se non ci fosse a guastarti il tutto il pensiero che ti stai recando a lavorare), dove l'ingranaggio delle azioni stereotipate funziona come un orologio al quarzo.
Ti guardi allo specchio di sfuggita, scompigliando un poco i capelli troppo ordinati; l'eccesso di perfezione va marezzato con un rapido movimento delle dita.
Sei ora pronto per uscire di casa : ti manca di calzare le scarpe e abbandonare il caldo ventre della tua casuccia.
Gli estremi delle stringhe sono lì penzoloni come mosce e inutili appendici. Dopo aver infilato il piede, ti stai apprestando all'ultimo atto: allacciare le stringhe.
Devi stringerle bene! Non c'è niente di più spiacevole di una stringa lassa, quando cammini a passi veloci sul selciato della tua città.
Stringi come hai sempre fatto né con troppa forza né con troppa prudenza.
E solo allora la stringa si rompe e la consapevolezza che l'entropia non è una cazzata emerge dalla tua coscienza quando osservi sconsolato le fibre slabbrate della stringa spezzata.
Sei in ritardo ora: non hai tempo di cambiare le stringhe, devi trovare una soluzione, la più rapida possibile. In genere la scelta è obbligata: il nodo, quel nodo che pigerà per tutta la giornata sullo stesso punto del piede, groppo malefico che ti informa che il tuo corpo esiste ( ti accorgi di possederlo solo quando stai male...accidenti!)

Ci sono di due tipi di stringhe: delle scarpe e alla liquirizia. Le prime si spezzano, le seconde si succhiano, d'accordo, ma entrambe, sembra, siano in grado di farti alzare la pressione arteriosa in un nano secondo...
©arz
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domenica 6 novembre 2011

Noie: la pellicina.


L'onicofago mira al sodo: non gli interessano le parti molli, la cheratina è il suo obiettivo, la sostanza insapore, ma parte sporgente del sé, da ottundere con un lavoro certosino con i denti svolto lentamente per croccanti spacchi e strappi. La pellicina ai lati dell'unghia all'onicofago poco importa. Sporge, inutile, ai fianchi dell'opera demolitoria; però, dà fastidio, fuoriesce anch'essa, sebbene molle e lontana dalla concretezza dell'unghia, è il segnale simbolico di un lavoro fatto a metà, di un'opera incompiuta.
Mentre l'unghia tagliata è qualcosa da espellere, da eliminare, la pellicina, che è ancora parte del nostro corpo, è carne viva e dolente. L'onicofago lo sa, ma non può sopportare che un lavoro di perfezionamento della mano così ben concepito ( la dispercezione della bellezza di questa parte del corpo è segno evidente della grave psicopatologia dell'onicofago...) non abbia il suo completamento naturale. E' la pennellata in più che dà al quadro un'altra intensità, è l'ultima levigatura della statua, il tocco finale della perfezione. Il dente si avvicina, guardingo ( lo so: non si dovrebbe dire di un dente...), e tira. La pellicina strappata si allunga e immancabilmente strappa un piccolo brano di carne. Inizialmente, qualche goccia di sangue segnala la profanazione del corpo, ma inesorabile l'infezione si allarga e, nel giro di pochi giorni, il dito è infetto, purulento e pulsante. E il corpo grida ancora le sue ragioni e ci richiama all'imperfezione del mondo.
©arz

Noie: il calzino spaiato.

Ti svegli e sei assonnato. Il caffè e la doccia ti hanno permesso di muoverti senza sbattere contro gli angolini spigolosi che attirano qual potente calamita il ginocchio, il polpaccio, il piede e , in particolare, l'alluce. Devi vestirti, perché andare nudo al lavoro non è consigliabile. La luce filtra dalla finestra: la moglie bofonchia. Finge di dormire, ma è sveglia ; anche se tu fossi “piuma d'ala d'angelo che si deposita lieve sulla bambagia”, lei si sveglierebbe lo stesso... Bofonchia per dire: “Perché mi hai svegliato? Perché fai tutto quel rumore?”
Prima le mutande, poi la camicia, poi i pantaloni, poi....maledizione! I calzini! Ieri, hai dovuto metterli nel cestone della biancheria, rigidi come stoccafissi. Immettibili. Ora devi cercare i calzini. Nuovi. In realtà, solo nel tempo dell'età dell'oro, quando tu stesso, gridando all'affare del secolo, hai acquistato al supermercato a prezzo scontatissimo uno stock di trenta calzini filo di Scozia, potevi contare su calzini “nuovi”. Ora, di nuovi non ne hai più. Pensavi di essere astuto! Ne hai presi solo di due colori. Nero e blu. Ma nel cassetto della biancheria si sono mischiati. Come un rigurgito ti vengono confusamente in mente i quesiti del tuo professore di Matematica, amante della statistica: se in un urna abbiamo 50 palline rosse, 20 blu e 7 nere, quante palline devo prendere per essere sicuro di averne almeno 6 nere?
Ecco ora desideri due calzini neri, ma quasi al buio il loro colore è indefinito. Non sei daltonico, ma il blu e il nero si confondono. La moglie non li raccoglie a carciofetto. Li deposita a caso due a due, ma nel cassetto, come sotto il cielo, la confusione è grande,,, Te ne freghi. Chi vuoi che se ne accorga se hai un calzino blu o uno nero? L'operazione di mettersi un calzino per chi è un po' sovrappeso è difficoltosa: equilibrio instabile, pressione sul fegato. Poi il calzino ha un dentro e un fuori che al buio è indistinguibile....Portata a termine l'operazione, ti metti le scarpe e dopo aver baciato la moglie che mugula un “'ao” che sta per “Ciao” per risparmiare sulla C, esci di casa. Appena giunto sul posto di lavoro, la prima cosa che il collega ti dice non è buongiorno... “Fico! Adesso è di moda mettersi i calzini di due colori diversi?”
Rispondo “...ulo” per risparmiare sul “vaffanc”.
©arz

Noie: La lettiera della gatta.

La lettiera abitualmente si situa in una zona protetta della casa. La gatta per le sue faccende igieniche ama la calma. Quindi il buon padrone pone la lettiera in un angolo ben riparato, lontano da occhi indiscreti. Non in cucina possibilmente per questioni facili da capire, non in soggiorno, perché la lettiera per quanto bella non può competere con nessun mobile, anche il più economico e spartano.
Noi l'abbiamo collocata vicino ad un armadio vicino alla porta del bagno.
Vi sono diversi prodotti per la lettiera dai trucioli alla sabbia. Oggi va di moda il granulo di silicio.
Quando si pulisce la lettiera , si solleva un po' di polvere e chi si occupa dell'incombenza igienica pensa subito ad una morte triste , ma eroica come quella dei minatori che schiattavano per silicosi nelle miniere. Quando la lettiera è sporchina, la polvere di silicio penetra nei polmoni e chi , come me , è sensibile agli odori, rischia di avere un conato di vomito e pensa al grisù, agli uccellini portati in miniera per segnalare la presenza del gas.
Fin qui nulla di speciale. Spiacevole, ma accettabile. L'amore per la gatta comporta anche questo: occuparsi delle sue venefiche deiezioni e della pulizia della lettiera.
La spiacevolezza è più sottile. La mia gatta, che non si scosta dagli usi felini comuni, è molto schizzinosa e, quando lascia il proprio prodotto interno lordo nella lettiera, desidera da buon felino coprirlo per evitare che il suo odore possa essere percepito all'esterno. Non bisogna essere un etologo esperto per capire che un animale predatore non ha alcun desiderio di farsi scoprire dalla propria preda che, in tal caso, si darebbe subito alla fuga lasciandolo a bocca asciutta ( anche se il gatto domestico ormai si ciba di costosissime scatolette che non si muovono di un millimetro dalla dispensa).Nell'operazione la gatta con le zampe butta fuori regolarmente qualche granellino di silicio. Non tanti , perché , altrimenti, si provvederebbe subito alla pulizia, ma cinque o sei, minuscoli e appuntiti.
La mattina il malcapitato esce dal bagno e regolarmente col piede umido intercetta il granello che si incolla al piede. La mia sensibilità dei piedi dopo la doccia è relativa. Non ci faccio caso. Me ne accorgo quando sono vestito di tutto punto: il granellino acuminato tra piede e calza, per di più compressa dalla scarpa, ora opera la sua vendetta personale. E si fa sentire spiacevolmente come il miagolio che svela l'assassinio del protagonista de “Il gatto nero” di E.A.Poe.
©arz

Noie: Introduzione

Avete presente un libro che ha avuto un discreto successo in Italia dello scrittore Philippe Delerme “La prima sorsata di birra. E altri piaceri della vita” , edito da Frassinelli?
Si trattava di un libricino che elencava alcuni piccoli aspetti della nostra vita di tutti i giorni che ce la fanno amare.
Ecco, poiché il mio humor/umor è nero, da gran dilettante, intendo descrivere l'esatto contrario: i piccoli contrattempi , le piccole rivolte degli oggetti che rendono la nostra esistenza un percorso ad ostacoli.
Se volete farvene un'idea senza sforzo, pensate al graffio del gesso non spezzato sulla lavagna.
Lo spunto colto è quello di descrivere un enueg ( si parla di poesia provenzale, mica pispole!), più banalmente di dare forma scritta a un “Internet meme” che circola su Internet: FFFUUU, un personaggino stilizzato che si scontra con le piccole avversità della vita quotidiana.
A completare il lavoro sulle spiacevolezze, raccoglierò qua e là le testimonianze della perversione della nostra lingua e del nostro linguaggio, cartina di tornasole della perversione del nostro pensiero.
De hoc satis.
arz

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