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domenica 6 marzo 2022

Pissi pissi bao bao: Apocalypse now ! (Post severamente vietato a coloro che non vivono nel mondo della scuola)

 

(Chiedo scusa preventivamente: si parla di cose di scarso rilevo in un momento particolarmente tragico)

Sono un insegnante ormai sulla via del pensionamento. Dipenderà dalle scelte ministeriali, ma tra 4, 7, 10 anni sarò in quiescenza.

 Non voglio parlare di me, però, anche se lo farò per chiarire un’altra questione: voglio parlare dei nuovi insegnanti.

Il sottoscritto ad inizio carriera (ed ero tra i fortunati) per raggiungere il suo posto di lavoro doveva percorrere una quarantina di chilometri al giorno.

Non erano sedi comode e servite dai mezzi pubblici e doveva utilizzare giocoforza la macchina.

Fino ai cinquant’anni non mi sono potuto permettere un’automobile nuova: ho utilizzato automobili scassatissime che spesso mi hanno lasciato in mezzo alla strada.

La benzina costava anche allora, ma non come oggi.

Ora ho rinunciato ad una macchina perché posso raggiungere la mia sede di lavoro in autobus o a piedi. Una macchina nuova ce l’ho, lo ammetto: è quella di mia moglie.

Fino a tre anni fa non avevo una casa di proprietà.

Grazie ai miei pochi risparmi, indebitandomi fino al collo e con la speranza che il TFR non fosse decurtato in qualche modo, mi sono arrischiato a comprare casa.

Mia moglie lavora e per mia fortuna non è una dipendente statale.

Paga un fottìo di tasse, ma ha un reddito superiore e non di poco al mio.

Altrimenti ciccia.

Non ho figli. 

Direi, scusate la sincerità, per fortuna.

Ora si parla di rinnovo dei contratti e si parla di un aumento a tre cifre. 

Uno pensa a 999 euro. In realtà, sarà, se andrà bene a 105 euro (lorde). Settanta euro ad andar bene.

I giovani insegnanti che non hanno uno stipendio iniziale esaltante dovranno sobbarcarsi le spese della benzina e, se fuori sede, di affitti che dalle mie parti, ad andar bene, sono di circa 400/500 euro.

Comprare casa sarà oggettivamente al di fuori delle loro possibilità.

Non parliamo dei costi del gas e dell’elettricità.

Ovviamente (ho esperienza) qualcuno dirà che altri lavoratori hanno stipendi inferiori e carichi lavorativi superiori. 

Lo so, ma mica sono contenti, eh! 

Ed alimentare la lotta tra poveracci è il grandissimo risultato ottenuto dal neoliberismo imperante.

Qui stiamo parlando di laureati che potrebbero ambire a ben altre gratifiche nel privato e, in specie all’estero, come sta succedendo.

La fuga dei cervelli è nota a tutti.

Arrivo al punto: la proletarizzazione degli insegnanti, la loro colpevolizzazione che li condanna all’ irrilevanza sociale, alimentata da una stampa ormai del tutto succube dai preconcetti confindustriali e leghisti (in nuce: chi si occupa di formazione, educazione e cultura è un mangiapane ad ufo) porterà a breve a una totale incapacità del sistema di provvedere alla formazione delle nuove generazioni.

Di insegnanti non ne troverete più, neanche col lanternino.

Come sta succedendo, nella sanità, per medici e infermieri.

Va be’, ora c’è una guerra in corso.

Magari nucleare.

Sono effettivamente pinzillacchere.

Se non ci estingueremo in un modo, siamo pronti per estinguerci in un altro.


venerdì 3 maggio 2019

Pissi pissi bao bao. Post vietato ai genitori atletici e a coloro che non vivono nel mondo della scuola.


Insomma, alla Primaria niente più note. 
Che ne penso? Ma interessa veramente a qualcuno quello che ne penso io (nelle vesti di umorista più che in quelle di insegnante) o quello che pensano gli insegnanti? Temo di no.
I provvedimenti, come si è visto, cadono dall’alto (scrivendo ho battuto dall’”altro”, bellissimo “lapsus tastierae”, ne approfitterò). Come polpette avvelenate. Senza chiedere il permesso a maestre e maestri.
Serve una nota in generale? Serve una nota a un bambino?
Non si può generalizzare: può servire o non servire.
Serve, se c’è la collaborazione della famiglia, non serve o servirà a poco, se la collaborazione della famiglia non c’è.
Punto. E’ così semplice!
La nota “Gigetto ha offeso la compagna Silvia con parole inadatte all’ambiente scolastico” tradotta dallo scolastichese in lingua quotidiana e comprensibile dovrebbe essere interpretata dalle orecchie sensibili di mamma e papà: “Cari genitori di Gigetto, il vostro pargoletto ha dato della puttana a Silvietta. La parolaccia non ha offeso le mie delicate orecchie e non mi ha fatto diventare rosso. Devo, però, tutelare Silvietta e segnalarvi che Gigetto usa un linguaggio volgare e poco rispettoso nei confronti delle compagnucce! Io posso rimproverarlo, ma la parola di un genitore pesa il doppio, eh! A buon intenditor…”
Il genitore che si fida dell’insegnante penserà: “Ohibò! Il mio pulcinotto va rimproverato! Lo so: è una scocciatura e una fatica, ma mi spetta. Stasera solo mezzora di Play. Poi cercherò di spiegargli come ci si comporta con le compagnucce. Grazie al maestro so come si comporta Gigetto fuori casa. Non ho bisogno delle telecamere io! C’è l’insegnante che controlla! Meno male!”
In questo caso, la nota serve. Due adulti che intervengono e risolvono il problema. Bravi, bene, bis!

Se però il genitore di Gigetto tra i denti sibilerà: “Porca puttana*, che rompicoglioni questo maestro! Perché si intromette nelle questioni che riguardano i bambini! Perché non si fa i cazzi suoi? E poi, suvvia, che cos’ha detto di male il mio Gigetto! Lo sanno tutti che Silvietta è una smorfiosa! Anzi, la bimba dovrebbe essere contenta di essere chiamata così. Perché evidentemente piace a mio figlio. Chi disprezza compra!”
In questo caso la nota, come facilmente si arguisce, non servirà a molto. Anzi, è confusiva e , usando un termine che va per la maggiore in altro contesto, è divisiva.

Evidentemente dall’alto e dall’altro si ritiene che questo tipo di famiglia (quella che si dirigerà furibonda in presidenza, quella che pretenderà scuse ufficiali perché non c’è prova provata che Gigetto abbia detto “puttana”, ma probabilmente le ha detto, che ne so? , “Che bella sottana!” o cose del genere, insomma, quella che crede che il proprio pargolo non abbia offeso Silvietta, anzi, che le stesse facendo un bel complimento, perché lui è speciale e sincero) sia maggioritaria in Italia.
Io personalmente non lo credo affatto (facciamo il 2% ?), ma da quando qualche genitore ha incominciato a fare il pugile nelle aule scolastiche, dall’alto e dall’altro qualcuno ha pensato bene di risolvere il problema alla base. 
Sia chiaro che il genitore pugile ci sarà ancora (non ha di certo bisogno di una nota per esercitare l’arte dei pugni), mentre chi ci andrà di mezzo saranno il maestro che alzerà gli occhi al cielo, sentendosi senza ugne e senza denti, Silvietta, che si abituerà ad essere offesa, e i genitori di Silvietta che, quando la bimba arriverà a casa e riferirà la questione a mamma e papà , aggiungendo al piatto già indigesto il cappero velenoso che il maestro non ha fatto nulla per impedirlo, penseranno anche loro: “Maestro del piffero, sarebbe da prendere a pugni! Ora iscrivo Silvietta dalle Orsoline!”
E in classe, il giorno dopo, Gigetto, in mancanza di Silvietta, darà del frocio al compagnuccio. 
Col sorriso sulle labbra.

* Il linguaggio greve è dovuto solo all'intento mimetico dell'autore.


mercoledì 2 maggio 2018

Tra coercizione e lassismo. Il tempo dei figli.


Mi trovo spesso a discutere di questioni educative con colleghi e genitori, in particolare sui metodi coercitivi per impedire comportamenti fortemente “divergenti” da parte di bambini e adolescenti. Facebook offre spesso la risposta semplice per problemi complicati: pullulano in Rete le immagini di zoccoli volanti, di battipanni disneyani sul fondoschiena di Qui, Quo e Qua e di punizioni draconiane per i bimbi che trasgrediscono e per gli adolescenti che provocano coloro che li hanno generati.
I cosiddetti “laudatores temporis acti”, insomma quelli che dicono: “Signora mia, ai miei tempi non succedevano queste cose!”, mi sono umanamente simpatici, ma soffrono di una grave amnesia: la violenza tra i banchi di scuola e fuori dall'ambito scolastico c'è sempre stata e non è mai stata attenuata dalla coercizione aggressiva nell'ambito domestico.
Capisco le ragioni di tutti, ma il ricorso alla forza, anche se talvolta sembra la via più diretta tra i due punti, non è mai, in termini di principio, quella migliore.
Chi pratica discipline marziali lo sa: meglio sfruttare a proprio vantaggio l'aggressività altrui che utilizzarla per fermare l'avversario. Ci sono delle deroghe d'accordo, ma riguardano i casi estremi (rischio della propria incolumità, pericolo per altri et similia), non la normale amministrazione.
Imporre le regole senza l'utilizzo della forza, però, comporta però una gran fatica e, in particolare, un gran dispendio di tempo.
Molti genitori si sono distratti: lentamente, direi in modo subdolo, il tempo da dedicare ai loro figli è stato fagocitato: innanzi tutto dal lavoro (non solo, è vero, ma è un capitolo a parte).
Molte famiglie hanno oggettivamente solo il tempo della sera, e risicatissimo, perché l'abbiocco incombe, e dei rari fine settimana liberi (sempre che non lavorino sabato e domenica) per dedicarsi ai loro pulcinotti.
La litania “è più importante la qualità della quantità” è , lasciatemelo dire, un pannicello pietoso, il cerotto sul ventre per guarire il mal di pancia; insomma un rimedio grazioso, ma inefficace.
I tempi da regalare ai bambini sono ridottissimi e la colpa non è dei genitori, ma di un sistema che ha condotto coloro che si arrischiano a mettere al mondo un figlio di abbandonarlo a se stesso o alle letali attenzioni della generazione dei nonni (che ormai, spesso, sono ancora in età di lavoro, Fornero docet, e si sottraggono all'incombenza, lasciando de facto i genitori soli) o di volenterose babysitter.
Mettiamoci come carico da 90 lo stress che oggi il lavoro comporta: essere lucidi non è facile a fine giornata e chiedere a un genitore di occuparsi della prole in modo consapevole e efficace, quando l'energia è esaurita è una vera crudeltà.
Pensate ai pendolari, pensate alle commesse nei Supermercati la domenica mattina, pensate a chi lavora a 200 km da casa, pensate a chi in certi momenti dell'anno è al lavoro o impegnato con la mente nello stesso non otto, ma dodici/quattordici ore al giorno (che sia titolare o dipendente dell'azienda, non importa).
Ovviamente dire oggi “otto ore per dormire, otto ore per lo svago e otto ore per il lavoro” è uno slogan percepito come comunista ( è uno slogan del Primo maggio quando è stato istituito...)
La stragrande maggioranza degli italiani non è comunista, d'accordo, si è capito, ma coloro che non lo sono sappiano che il neoliberismo ha ottenuto ora tutto quello che ha sempre sognato (rappresentandolo agli occhi di chi ci ha creduto come un Paradiso Terrestre e convincendo vasti strati della ex Sinistra della correttezza dell'operazione): frammentare il lavoro, destabilizzare le sicurezze del lavoratore, ridurne le garanzie, isolare il singolo lavoratore dal contesto solidale degli altri lavoratori.
Ecco queste sono tutte politiche che vanno contro le esigenze dei genitori tutti. 
Comunisti e non. 
Se siete d'accordo con i dettami imperanti del neoliberismo, mi raccomando, non fate figli.
O, se deciderete di procrearli o se lo avete già fatto, non lamentatevi più di tanto della loro protervia, intolleranza e aggressività, tranne che vogliate riappropriarvi del bene più prezioso che, nella migliore delle ipotesi, avete regalato ad altri in cambio di pecunia, ovviamente, con tanta faciloneria (e magari applaudendone la logica di fondo): il tempo.
Chi invece ha dovuto piegarsi a questa logica senza condividerla, pena la povertà, ha tutta la mia solidarietà, ma anche questa, come ben sapete, è un pannicello caldo ;-)
arz62

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