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martedì 5 febbraio 2019

Il confine di cartone tra pubblico e privato ai tempi di Facebook. Sul contare fino a 10 prima di condannare a morte chicchessia.

Amabilmente conversando con un'amica (reale e non virtuale) su Facebook e di Facebook in merito alle condanne a morte istantanee dopo fatti di cronaca cruenti e all'abitudine di ergersi a giudici con facilità nello spazio pubblico internettiano:

"[...]  La penso anch'io così, sebbene qualche volta cada anch'io nel trappolone. Per fare un paragone (che elude un po' le tue condivisibilissime considerazioni sull'oralità) un po' bislacco, ma non più di tanto, la scrittura su FB è, nella fase della produzione, assimilabile a quella diaristica: scrivo per me e per me solo, per cui quello che scriverò potrà essere “forte” e pesantissimo, potrò permettermi giudizi trancianti e augurare a chicchessia la malamorte e il vermocane. Purtroppo, la scrittura su FB e in genere su Internet è destinata a una condivisione del pensiero nella dimensione pubblica (con contraddittorio annesso). 
E ciò che scrivi per te non funziona più allo stesso modo, poiché affidi il lucchetto che sigilla il tuo diario personale a tutti.
Come molti hanno già osservato è questo trasparente confine tra dimensione privata e dimensione pubblica che non viene colto da molti utenti di FB (vedi i casi di licenziamento perché il dipendente che si è espresso in modo scorretto nei confronti dell'azienda per cui lavora: la frustrazione privata che diventa pubblica).
E' lo stesso fenomeno che, a mio avviso, nella vita quotidiana, fa sì che molti confondano ciò che si può pensare con ciò che si può dire nel nome dell'autenticità e della trasparenza. 
Insomma, so di essere impopolare o peggio considerato piccolo borghese (wow!), ma un po' di sana “ipocrisia” (un tempo si sarebbe chiamata semplicemente educazione) andrebbe insegnata nelle famiglie non solo per quanto attiene ai comportamenti, ma anche alle parole. 
Semplificando, ma non banalizzando: se il bimbo ha tanta voglia di dare un cazzotto al compagno, il genitore accorto dovrà fargli capire che il passaggio all'atto non sarà positivo perché lo riporterà all'istinto primitivo e bestiale dell'Uomo (e lo rassicurerà che l'istinto non è “cattivo”, ma va solo controllato), se il bimbo vorrà mandare a quel paese la maestra, si trattenga: mandarla “affanculo” non renderà il bimbo più grande e assertivo, né più “sincero” e trasparente nei suoi sentimenti, lo renderà solo più sgradevole. 
All'utente di FB si potrà allora chiedere che a fronte di qualsiasi fatto sarà sempre lecito porsi delle domande, ma ergersi a giudici o peggio a boia autorizzati a qualsiasi pratica di morte non sarà segno di grande maturità, ma di faciloneria spicciola, di Tribunale dell'Inquisizione al Bar Sport tra un Bitter e un Aperol. 
D'accordo, non è logico passare per tutti i gradi di Giudizio per esprimere la propria idea, ma lasciare almeno il tempo di far sedimentare gli istinti primordiali, quelli che portano al linciaggio, nel caso specifico quello mediatico, è d'obbligo.
Insomma, ecologia della mente e delle parole. 
A casa, a scuola e su FB.

arz©

lunedì 27 agosto 2018

Minacce (2)

La notizia è questa: Vigili bruciati vivi


Si sa. Molti giudicano i Social come le porte dei gabinetti dei maschi: si trova scritto di tutto e di più, trasgredendo il buon gusto, e frequentemente le leggi, contando sull'anonimato.
I giudici di Trento la pensano così, anche se sull'anonimato bisognerebbe andar cauti. 
La Polizia Postale è in grado di individuare chiunque si comporti così attraverso il suo indirizzo ID, alla faccia dei profili fake; un lavoraccio, sia chiaro, vista la diffusione del fenomeno, ma del tutto alla sua portata.
E', comunque, una ricostruzione giornalistica quella che ho letto e probabilmente dietro alla sentenza ci saranno tonnellate di questioni giuridiche che io ignoro.
Valuto solo attraverso le parole riferite dal giornale, dunque, consapevole di aver sentito, more solito, solo una mezza messa.
Definire ogni intervento sui Social “uno sfogo da bar” ci sta, ma anche al bar se minaccio qualcuno di bruciarlo vivo, incorro in un reato.
Poi ci saranno le attenuanti: ero alticcio, soffrivo di disturbi della personalità, non ero capace di intendere e di volere etc.
Ma chi ho minacciato non è in grado di saperlo a priori.
E trattare le persone che scrivono sui Social tutti come alticci, sofferenti di disturbi della personalità e incapaci di intendere e volere è uno splendido invito a comportarsi come tali. 
Credo che tutti vorrebbero vivere in piazze virtuali (e non solo) frequentate da persone perbene, non lasciandole nelle mani di delinquenti e squinternati.
Peggio ancora è la definizione dei giudici di “agorà virtuale dalla memoria breve”.
Qui, se l'espressione è quella reale, si può cogliere un errore marchiano: la memoria in Internet non è affatto breve. Anzi.
La tendenza al moltiplicarsi dell'informazione attraverso la condivisione non corrisponde affatto all'immagine della porta del bagno dei maschi.
Se si vuole forzare il paragone, scrivere sui Social è come scrivere su una porta di un bagno “Gina ***** è una t***. Eccovi il suo numero di telefono *****” e crearne una copia col teletrasporto in tutti i bar d' Italia e del Mondo con la stessa scritta che il tempo non cancellerà.
E Gina ****, vi assicuro, che è sicuramente una brava ragazza, non ne sarà affatto contenta. I maniaci di tutta la Terra, in lingue anche sconosciute, la tempesteranno di telefonate oscene.
Come, credo, non saranno contenti i vigili che, vituperati e minacciati dal bulletto coram populo, saranno costretti a ingoiare un bel rospo.
I bulli vanno isolati e responsabilizzati. Minimizzare la gravità dei loro comportamenti verbali (ma dalla parola all'atto, lo ripeto spesso, è un istante...) non solo è la condizione per le reiterazione degli stessi, ma stimolerà anche lo spirito emulativo di altre schiere di idioti.

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