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sabato 10 agosto 2019

"Noi siamo da secoli Calpesti, derisi, Perché non siam popolo, Perché siam divisi".


Può piacere, può non piacere, ma le regole del gioco sono chiare e semplici: se Mattarella, convocati i partiti, vedrà una finestra per una nuova maggioranza, è tenuto a mantenere in piedi la legislatura. Punto. 
Chi parlerà di sondaggi, di “tradimento”, affermando che i risultati delle elezioni del 2018 ormai non rispecchiano più la volontà del popolo, è solo un venditore di fumo, perché la Politica si fa con i voti, non con le intenzioni di voto.
E' tutto da dimostrare che un governo o un governicchio riuscirà a tamponare la deriva autoritaria di un partito che ha ottenuto nel 2018 solo il 17% dei voti e il cui leader si sta comportando come avesse già la maggioranza assoluta del Paese. 
Capitan Findus non sottovaluti (è un consiglio da “spin doctor” in saldo) che aver cavalcato le proposte più dure dell'estrema destra farà sì che il resto del mondo politico e civile si guardi negli occhi e cerchi negli occhi altrui la spinta per superare le divisioni e le incomprensioni.
Se non ci sarà accordo, come è probabile in un Paese da sempre diviso anche nei momenti più tragici della sua storia, si andrà a votare.
Punto e punto e virgola.


martedì 3 febbraio 2015

La libertà di essere cafoni. Il titolo di "Libero" di oggi.


Chiedo venia in anticipo. Forse sono vecchio e ormai i neuroni vanno a spasso e sento cigolii che forse sono frutto di un malfunzionamento delle mie orecchie. Qualcuno mi dia una mano, dunque. Ditemi che mi sbaglio! Leggo il titolo di oggi di Libero. “Mattarella, giura che tagli le spese”. 
Se non sbaglio, quel "giura" è un bell'imperativo. Siccome sono della generazione dello “spero, promitto e iuro” che vogliono l'infinito futuro ( in Latino, d'accordo), mi sarei aspettato, seppur col tono dell'invocazione imperativa, un “Mattarella, giura che taglierai le spese”. Visto che il soggetto della principale è uguale a quello della subordinata, ma è una questione puramente di orecchio personale, ancora meglio l'implicita: “Mattarella, giura di tagliare le spese”. Invece no, il titolista nella subordinata mi mette un bel presente indicativo seconda persona singolare. Perché mi urta? In primis, il vocativo senza alcun titolo onorifico. Insomma, si sta parlando al Presidente della Repubblica. D'accordo, il titolo di un articolo non si presta alle lungaggini, ma c'è un limite a tutto. 
Poi c'è quel imperativo che mal si addice a chi  vorrebbe rivolgersi ad un'autorità. E, per di più, con un tu poco rispettoso. Infine, c'è l'indicativo colloquiale, ciliegina sulla torta.
Non c'è niente da fare, se c'è un titolo cafone, questo ne è un buon esempio: equivale , ahimè, al cafonissimo: "Ehi, capo! Portami una birretta!"
Senza il necessario "per piacere", "per cortesia", ovviamente...
arz

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