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mercoledì 12 febbraio 2020

Il Nazismo in dosi non omeopatiche non ci mitridatizza. Ci avvelena.



Semplifico: chi scrive davanti a una scuola “Anna Frank brucia” non è un ignorante: chi lo fa sa chi è Anna Frank e ha frequentato le aule scolastiche abbastanza a lungo per sapere che cosa le è successo.
Chi parteggia per le SS e se la piglia con una quattordicenne lo fa consapevolmente ed è solo una cosa che non si può toccare senza utilizzare i guanti sia che abbia quindici anni e non sappia disegnare nel verso giusto la svastica sia che ne abbia trenta e, scoperto il giro orario e antiorario del simbolo, si rivoltoli nel fango della propria insipienza.
Crescendo, questi personaggini potranno solo diventare peggiori di quello che sono.
A voi le conclusioni su che cosa fare a questi mentecatti, ai mandanti degli stessi e ai volenterosi carnefici che danno loro corda spesso sulle pagine di giornali che si trovano nelle italiche edicole e con testate che richiamano valori sacri come la Libertà e la Verità.

sabato 23 novembre 2019

Licenziare chi sbrocca? No. Ci sia il Secondo grado, se non il Terzo, in nome della Costituzione.


So di tirarmela addosso e confido che il cerchio delle mie amicizie sia sufficientemente piccolo per garantirmi che le botte siano limitate al minimo sindacale.
D'altronde, un post su Internet è un granello di sabbia del Sahara e la memoria da pesce rosso della Rete mi salverà.
Orbene, ordunque, ora lo dico, pur temendo il giudizio di molti che, nonostante l'infermità mentale che galoppa, mi danno ancora ascolto (per ora fingono benissimo e annuiscono per compiacermi): spero che l'improvvido docente di Piacenza che ha minacciato gli allievi che avessero partecipato alle manifestazione delle Sardine di voti (disciplinari) insufficienti non sia licenziato.
L'ho detto. 
Non ho affermato che non debba passare qualche brutto quarto d'ora.
Spero solo che non sia licenziato. Ora argomento, anche se so che non vi convincerò.
Il primo articolo della Costituzione dice che la nostra Repubblica si basa sul Lavoro. Non sulla libertà di pensiero o di opinione. Sul lavoro.
Privare qualcuno di un lavoro, in nome della giustizia sommaria, significa privarlo della sua dignità e non permettergli l'esercizio effettivo della sua cittadinanza.
Insomma, sulla bilancia precaria della nostra Democrazia, costituzionalmente, prima viene il Lavoro e poi la Libertà di pensiero. Il primo dovrebbe pesare di più.
Privare qualcuno del Lavoro per aver mal esercitato la Libertà di pensiero è un eccesso.
E si pensi alla precarietà del lavoro di molti che è sottoposto da tempo a questo vecchissimo ricatto: non protestare altrimenti ti licenzio.
Il docente ha detto e scritto una marea di fesserie e sicuramente ha tradito il dettato costituzionale.
Si inginocchi sui ceci degli articoli costituzionali che non ha rispettato e, solo se si incaponisse a dirsi fieramente razzista e fascista, sia licenziato.
Gli si lasci la possibilità di cedere o procombere lui solo, perché giurar su un testo che si ritiene falso è lecito, pur che se ne paghino le conseguenze.

Non si usa più per i pubblici dipendenti giurare sulla Costituzione. Male, malissimo.
So che la cerimonia del giuramento a molti potrà sembrare oggidì ridicola, ma , per quanto mi riguarda, non lo è affatto.
E quel che sta succedendo è una prova di come questa prassi un tempo in uso, che ad  alcuni sa di vecchio, debba essere ripristinata.
E poi se qualcuno invece di dire: “Lo giuro!”, urlerà: “L'ho duro!” , per ingannare il Dirigente, non solo tradirà la Costituzione, l'Antifascismo che ne costituisce la base, ma ancor di più l'importanza del Lavoro. Del suo e di tutti.
E farà la figura del fesso che non sa che cosa significhi vivere in una Democrazia che tutela la libertà di espressione e non in una Dittatura che di quella libertà se n'è fatta e se ne farà sempre un baffo.




sabato 15 dicembre 2018

Ama il prossimo.


Capita di vedere le persone, le idee e persino gli oggetti morirci intorno. E' sensazione comune per gli ottantenni che vedono i coetanei diradarsi, le idee del tempo che fu trasformarsi in aria fritta alle orecchie dei pochi disposti ad ascoltarli e gli oggetti quotidiani trasformarsi con tale rapidità che certi vecchietti si attaccherebbero ancora al tubo catodico del televisore, solo potessero, per assistere a Rischiatutto.
Ecco che una trentina di anni di anticipo vivo la stessa sensazione, complice forse l'influenza che non mi molla.
Vedere un ragazzo che porta un semplice cartello con la scritta (sicuramente provocatoria, ma anche evidentemente ironica, gentile e disarmata): “Ama il prossimo”, fermato da due persone (due agenti in borghese? Non si usa più qualificarsi ora?) e portato a forza e con qualche danno fisico (un taglio a un labbro) per essere identificato segna il lento (?) passaggio verso un sistema autoritario e poco attento ai diritti del cittadino.
Il cartello, tra parentesi, esponeva un'idea che avrebbe dovuto ricevere il plauso degli amanti del presepio. Evidentemente il messaggio evangelico è ancora terribilmente sovversivo. Tant'è che l'Innominabile ha paragonato “Famiglia Cristiana” a un giornale dell'Ultrasinistra.
Vedere l'articolo 21 trattato come una cosa di poco conto e che può essere calpestato con tale noncuranza e senza la reazione di nessuno fa veramente paura.
Sono meravigliato che questo appaia a molti così normale. Non lo è.
Stanno diventando evanescenti: il diritto di opporsi al potere senza essere identificati (è successo più volte), la possibilità di esprimere un'idea dissenziente senza essere oggetto di un'azione di forza, il diritto del cittadino di non essere fermato senza che la persona che opera il fermo si qualifichi.
Ma quel che mi preoccupa di più è il fatto che un popolo privo di un minimo di ironia, che sa solo sogghignare, ma non ridere, è già pronto a compiere cose terribili.

martedì 3 febbraio 2015

La libertà di essere cafoni. Il titolo di "Libero" di oggi.


Chiedo venia in anticipo. Forse sono vecchio e ormai i neuroni vanno a spasso e sento cigolii che forse sono frutto di un malfunzionamento delle mie orecchie. Qualcuno mi dia una mano, dunque. Ditemi che mi sbaglio! Leggo il titolo di oggi di Libero. “Mattarella, giura che tagli le spese”. 
Se non sbaglio, quel "giura" è un bell'imperativo. Siccome sono della generazione dello “spero, promitto e iuro” che vogliono l'infinito futuro ( in Latino, d'accordo), mi sarei aspettato, seppur col tono dell'invocazione imperativa, un “Mattarella, giura che taglierai le spese”. Visto che il soggetto della principale è uguale a quello della subordinata, ma è una questione puramente di orecchio personale, ancora meglio l'implicita: “Mattarella, giura di tagliare le spese”. Invece no, il titolista nella subordinata mi mette un bel presente indicativo seconda persona singolare. Perché mi urta? In primis, il vocativo senza alcun titolo onorifico. Insomma, si sta parlando al Presidente della Repubblica. D'accordo, il titolo di un articolo non si presta alle lungaggini, ma c'è un limite a tutto. 
Poi c'è quel imperativo che mal si addice a chi  vorrebbe rivolgersi ad un'autorità. E, per di più, con un tu poco rispettoso. Infine, c'è l'indicativo colloquiale, ciliegina sulla torta.
Non c'è niente da fare, se c'è un titolo cafone, questo ne è un buon esempio: equivale , ahimè, al cafonissimo: "Ehi, capo! Portami una birretta!"
Senza il necessario "per piacere", "per cortesia", ovviamente...
arz

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