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sabato 7 novembre 2020

Trump e i limiti della libertà di parola.

 Riprendo considerazioni già fatte in altre occasioni, dopo che (finalmente) i giornalisti statunitensi hanno interrotto il discorso di Trump che riproponeva a bella posta delle “Fake News” per non ammettere la sua sconfitta.

Nessuno, neppure il Presidente dello Stato più influente del Mondo (che è ancora annoverato nelle Democrazie), deve essere autorizzato a dire quello che vuole.

Nessuna libertà, men che meno la libertà di parola, deve fare a pugni con la realtà.

Sappiamo che il relativismo che vale a Destra e a Sinistra come antidoto agli autoritarismi di ogni risma depone a favore dei fautori delle parole in libertà. 

“Chi gestisce la verità?”, dicono. “Chi sono i custodi della verità? Chi li controlla?”

Purtroppo, da un bel po' di tempo il pannicello del relativismo che in sé e per sé ha un valore positivo  ha permesso a molti, ingenui e meno ingenui (diciamo furbastri), di affermare tutto e il contrario di tutto: l'uomo non è sbarcato sulla Luna, la Terra è piatta alla faccia di Eratostene, il Covidde non esiste, il Nero è bianco, il Bianco e nero visto che  Trump ha difeso i neri meglio di Lincoln and so on.

Nessuno impedisce agli ubriaconi dell'irrealtà di sbraitare a casuccia loro il proprio delirio.

La società civile, però, ha tutto il diritto di fermare queste derive, in particolare quando sono pubbliche.

E se si sbraita nella pubblica piazza, ci si aspetti da chi non è d'accordo ogni tipo reazione.

Non auspico le manganellate che pur si meriterebbero, ma l'isolamento sì, una versione laica di Scomunica: chi delira si confronti solo coi deliranti, nel manicomio delle loro paranoie.

Non pretendano i fautori delle idiozie tanto al pezzo di confrontarsi civilmente con il resto del Mondo, perché chi non rispetta le regole della logica e del gioco sociale non merita di partecipare alla partita.

Giochino con il loro pallone sgonfissimo nel loro campetto.

E gridino pure che l'arbitro è cornuto, anche quando non c'è.

martedì 7 gennaio 2020

Satira. Stato dell'Arte.


A cinque anni dalla strage dei disegnatori di Charlie Hebdo, una piccola riflessione si impone.
E' una banalità, lo so, perché è facile a tutti sincerarsene, ma la Satira, nei paesi Occidentali, non gode di buona salute, nonostante il sacrificio dei disegnatori francesi: molti giornali satirici chiudono o si trovano in grave difficoltà economica e, nei Paesi dove la libertà di Opinione e di Sampa dovrebbe essere un vessillo della Libertà di Espressione, i disegnatori di Satira stanno passando brutti momenti: o esercitano il loro diritto di Satira per spirito missionario o, semplicemente, muoiono di fame e, per sopravvivere, devono cercarsi altre attività per sostentarsi, sottraendo creatività e spirito umoristico al bene comune.
La Satira vive, male, ora, nei recinti di Internet e di Facebook, i cui algoritmi sono misteriosi ed eterodiretti.
I disegnatori nel mondo occidentale possono essere considerati dei privilegiati, comunque, perché in altri paesi il rischio è molto più alto: censura, arresto e la temibilissima autocensura che è il peggio del peggio nel mondo della Satira e che è il pane quotidiano sciapo di chi vive sul filo di questa modalità di espressione. Insomma, il sacrificio dei redattori di "Charlie Hebdo" è servito a poco, perché pochi l'hanno capito.
De hoc satis.
Arz
P.S.L'uso delle maiuscole è voluto e va interpretato. Questo post avrà per gli algoritmi di Facebook 25 lettori. Non uno di più, né uno di meno.


sabato 15 dicembre 2018

Ama il prossimo.


Capita di vedere le persone, le idee e persino gli oggetti morirci intorno. E' sensazione comune per gli ottantenni che vedono i coetanei diradarsi, le idee del tempo che fu trasformarsi in aria fritta alle orecchie dei pochi disposti ad ascoltarli e gli oggetti quotidiani trasformarsi con tale rapidità che certi vecchietti si attaccherebbero ancora al tubo catodico del televisore, solo potessero, per assistere a Rischiatutto.
Ecco che una trentina di anni di anticipo vivo la stessa sensazione, complice forse l'influenza che non mi molla.
Vedere un ragazzo che porta un semplice cartello con la scritta (sicuramente provocatoria, ma anche evidentemente ironica, gentile e disarmata): “Ama il prossimo”, fermato da due persone (due agenti in borghese? Non si usa più qualificarsi ora?) e portato a forza e con qualche danno fisico (un taglio a un labbro) per essere identificato segna il lento (?) passaggio verso un sistema autoritario e poco attento ai diritti del cittadino.
Il cartello, tra parentesi, esponeva un'idea che avrebbe dovuto ricevere il plauso degli amanti del presepio. Evidentemente il messaggio evangelico è ancora terribilmente sovversivo. Tant'è che l'Innominabile ha paragonato “Famiglia Cristiana” a un giornale dell'Ultrasinistra.
Vedere l'articolo 21 trattato come una cosa di poco conto e che può essere calpestato con tale noncuranza e senza la reazione di nessuno fa veramente paura.
Sono meravigliato che questo appaia a molti così normale. Non lo è.
Stanno diventando evanescenti: il diritto di opporsi al potere senza essere identificati (è successo più volte), la possibilità di esprimere un'idea dissenziente senza essere oggetto di un'azione di forza, il diritto del cittadino di non essere fermato senza che la persona che opera il fermo si qualifichi.
Ma quel che mi preoccupa di più è il fatto che un popolo privo di un minimo di ironia, che sa solo sogghignare, ma non ridere, è già pronto a compiere cose terribili.

martedì 9 agosto 2016

Le "cicciottelle" e la deriva del giornalismo italiano.



Premessa: non mi piace per nulla che, per un errore di stile e di espressione, qualsiasi persona ( e tanto più un lavoratore dell'informazione) sia impiccato al primo albero maestro a disposizione.
La scivolata del direttore dell'inserto sportivo de “Il Resto del Carlino” ( e di altre testate) è stata grave: gli atleti si misurano rispetto le loro prestazioni, non per il loro aspetto fisico ( che direbbe Tassi dei lottatori di Sumo? ) e l'uscita sulle tiratrici di tiro con l'arco è stata improvvida.
E' stato punito dal suo editore che l'ha rimosso dall'incarico di direttore e , a mio avviso, sta bene così: non vorrei , comunque, che perdesse né il lavoro né la pensione ( sembra che Tassi, tra l'altro, sia pensionando).
Gli errori fanno parte della nostra vita ed è giusto che si paghi uno scotto, ma , sia chiaro, proporzionato rispetto alla colpa, come Cesare Beccaria insegna.
Quello che non mi garba è la sottovalutazione nel mondo dell'informazione della funzione che un giornalista ha nella nostra società. La libertà di parola, di opinione e di stampa è una gran conquista ed è importante che chi di professione si occupa di diffondere le informazioni ne sia consapevole. Un giornalista è un giornalista, come una rosa è una rosa.
Di fatto, se guardiamo nel panorama del giornalismo italiano c'è da spaventarsi: ci sono giornali che hanno utilizzato dossier dei servizi segreti per sputtanare avversari del finanziatore in solido del loro giornale, “giornalisti” che programmaticamente diffondono paure e incertezza, basandosi su notizie farlocche e poco attendibili, utilizzando tecniche comprensibili nel mondo di Internet, non in quello della carta stampata.
Un giornalista, insomma, non può ( non dovrebbe) scherzare, fare lo spiritoso, alludere senza utilizzare abbondantemente gli emoticon ( tecnica ancora non entrata nell'uso dei titolisti dei giornali).
Lascino questo compito alla satira che, nella sua arbitrarietà, non può creare grandi danni: al massimo non farà ridere.
Lo stesso discorso vale per chi si occupa di politica: augurarsi che il proprio avversario politico sia eliminato fisicamente, come recentemente è successo, non è un esercizio della libertà di parola, anzi, è, stricto sensu, apologia di reato.
Il lassismo di giornalisti e uomini politici in merito e lo sconfinamento del concetto di libertà di parola in libertà di dire tutto quello che si vuole porteranno, e c'è qualche avvisaglia che ciò stia avvenendo senza bisogno della sfera di cristallo, a restrizioni della libertà di espressione.

La Turchia, ahimè, è vicina.
arz

domenica 29 novembre 2015

Cripto pensiero del fascio-leghismo- Terza puntata

Da un ventennio vince (stravince) il pensiero che chiunque, se è in grado di dimostrare sul campo il proprio valore, possa competere ad armi pari con chi ha il titolo di studio che certifica il raggiungimento delle conoscenze e abilità per intraprendere una professione.
C'è chi ( e senza frapporre tra idea e parola un mezzo sorriso) è convinto che un macellaio, esperto nella dissezione della carni animali, possa far lo stesso sulla pelle degli umani.
Sì, d'accordo, ho calcato la mano, ma il diritto di parola e di opinione, mal interpretato da molti, significa strologare, senza la minima conoscenza nel campo, dall'astrofisica alla chirurgia, dalla filologia romanza alla ingegneria civile.
Non calcoliamo, oltre agli spropositi in campo scientifico e tecnico, gli strafalcioni nell'italiano di base che un tempo avrebbero azzerato, con il silenzio imbarazzato di coloro che assistono a simili performance di chi sta proferendo la bestialità, ogni osservazione anche sensata.
Chi lavora in ambito scientifico, si sa, di dubbi ne ha molti e sarebbe anche disposto ad ascoltare qualche parere divergente, mentre chi non ne ha fracassa i cabbasisi all'umanità con la certezza di possedere il verbo ( spesso mal coniugato, però).
L'obiettivo è facile da comprendere: l'ignoranza, insita nel cripto-fascio-leghismo, pretende ( anzi: impone) un diritto di parola abusivo, confondendo, scientemente, il diritto di parola con quello di opinione.


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