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giovedì 8 settembre 2022

"Rodo, ma non rido": post severamente sconsigliato a chi non si occupa di Satira disegnata e scritta.

 


Probabilmente, tra un secolo circa, e mi si scusi l’accostamento blasfemotto, ci sarà un novello Dionigi il Piccolo, e non per le dimensioni dell’intelletto, che individuerà nella storia della Satira una frattura, un a.FB. e un d.FB.

“FB”, naturalmente, sta per “Facebook”.

Nel periodo dopo Facebook, chi si occupa di Satira scomparirà.

O meglio: si occulterà. Vivrà, come Epicuro insegna, nascosto.

Premessa maior: Facebook ha fatto sì che chiunque, dotato di media intelligenza, possa ardire ad avvicinarsi alla Satira. Non so se sia un male assoluto, ma non ho dubbio che qualche danno lo stia facendo.

Per la Satira disegnata l’agonia sarà più lenta (lo vedremo dopo), ma per la Satira scritta sarà probabilmente la fine. 

Già da ora, in verità, si percepiscono i segnali di sgretolamento.

Quando tutti hanno diritto a satireggiare, qualsiasi avvenimento sarà oggetto di Satira. 

Anzi vi sarà una compulsione al contenuto satirico dei neofiti, compulsione che coinvolge attualmente naturaliter anche molti autori satirici.

Come sapete, ad esempio, la Regina Elisabetta ora sta male e già fioccano interventi salaci sulla sua dipartita.

A parte il buon gusto (ma, vivaddio, anche la Satira vera non ha il buon gusto per statuto!), l’aspetto nuovo e decisivo è quello quantitativo: su migliaia di interventi penosi e tristissimi, state sicuri che qualcuno riuscirà a scrivere due righe fulminanti (un altro aspetto che individuerà il novello Dionigi il Corto, ops il Piccolo: la necessità della brevità dell’intervento).

 E chi si occupa di Satira (scritta) dirà: accidenti, perché non ci ho pensato io per primo?

Certo, il Satirico Maior è in grado di gestire nel tempo due paginate di buona satira senza fare un errore di ortografia, ma un comandamento di Facebook (e ancor più di Twitter) impone la concisione, l’uso parsimonioso della lingua: si lavora di stoccata e, dopo l’affondo, si ride soddisfatti, quando il sangue zampilla. 

Peccato che gli autori di questi virtuosismi non reggano la durata. 

Insomma, ne azzeccano una e ne sbagliano cento. Nel periodo dei duelli, al secondo assalto, sarebbero cibo per vermi.

Il Satirico Maior, comunque, non è un ingenuo, perché sa che le regole di ingaggio "facebucchiano" sono queste: brevità, ferocia, ghigno beffardo e fuga.

 Venti righe non le legge e regge più nessuno: seguendo le regole dei redattori del Reader’s Digest anni Cinquanta/Sessanta, una lettura non deve eccedere il tempo di una seduta nel proprio gabinetto (regola rispettata anche dai giornali online che indicano il tempo di lettura dell’articolo).

La Satira disegnata, come ho scritto, morirà più lentamente. 

Non tutti sanno tenere la matita in mano e nessuno può negare il valore attrattivo dell’immagine in un contenuto satirico. Certo, i disegnatori di fine Ottocento e di primi del Novecento venivano dalla scuole d’Arte, mentre oggi, come sappiamo, e io ne faccio parte, i disegnatori satirici sono perlopiù autodidatti e la qualità del disegno spesso è accettabile, ma non eccelsa. 

Ovviamente, la tecnica non è tutto, anche se chi disegna, se è onesto, rode forte nel vedere il collega più perito e attento ai particolari e tecnicamente attrezzato  risolvere senza evidente fatica alcuni problemi nella resa di una vignetta.

Ma l’Intelligenza Artificiale, come i ben informati sanno, risolverà, a breve, anche questo problema.

Concludo, perché ormai, anche se pazienti, avete finito la carta igienica: molti disegnatori satirici non faranno vignette su Elisabetta, anche se sono repubblicani, atei o cattolici nel midollo, per sottrarsi all’obbligo compulsivo del “coccodrillo”: non se la sentiranno e sarà il segnale del loro ritiro nel guscio.

Molti altri lo faranno e non sono da condannare. 

Fintanto che l’entusiasmo c’è, bisogna sfruttarlo. 

Ma il d.FB incombe. 

Cupo e mortifero.

Io ve lo avevo detto, eh!

 

N.B. Dopo la rubrica “Pissi pissi bao bao”, introduco un'altra parentesi di riflessione  con la rubrica “Rodo, ma non rido” riservata agli autori satirici. 

Siamo, sì e no, duecento in Italia e molti, com’è giusto, non mi leggono perché hanno ben altro da fare. Bene benissimo: siamo sotto ai 25 lettori di manzoniana memoria. 

Chi mi conosce sa il motivo della mia bislacca soddisfazione.

 

lunedì 27 dicembre 2021

Sulla lenta agonia della Satira (la lettura è pesa e poco adatta alla digestione; si astengano coloro che non si occupano di Satira e Umorismo). Considerazioni extravaganti.

 A margine di alcuni miei interventi altrettanto marginalissimi sulla Satira su Facebook, riporto con qualche ritrosia, poiché so che l’argomento è indigesto come qualsiasi cibo natalizio ricco di lipidi, e sarebbe il meno, e di spezie esotiche, e qui si blocca il bolo, atte a ingolosire commensali adusi a gusti più tradizionali, qualche mio penso.

La lunga agonia della Satira ha molte cause. 

Lascio ad altri più esperti e competenti le ragioni di questo fenomeno abbastanza inquietante.

Una delle concause, comunque, a mio modestissimo avviso, è la difficoltà di molti nel capire che in una qualsiasi comunicazione ci siano molti livelli di interpretazione e non uno solo.

Dante per ogni messaggio indica stratificazione diverse: il senso letterale, quello allegorico, morale e infine quello anagogico. 

Diciamo pure che il sottoscritto, come molti suoi contemporanei, è già in difficoltà a raggiungere l'anagogico, e l’allontanamento da una visione “sovrannaturale” delle cose ha contribuito, e molto, all’ignoranza e ad una lettura parziale del Mondo. 

Questo vien scritto a parziale scusante di chi oggi si trova in estrema difficoltà ad apprezzare il messaggio satirico.

Mi sembra di capire che oggi e diffusamente ci ritrovi spesso nelle panie nel cogliere la differenza tra un messaggio letterale e un significato "altro". 

In soldoni: fare gli spiritosi confidando nella capacità degli interlocutori di capire che si sta scherzando sta diventando sempre più complicato (v. l'abuso degli emoticon con l'occhietto strizzato nella comuncazione scritta in Internet).

E ci fermiamo sui due livelli, eh!, quello letterale e quello che è “altro”.  

Dante, tanto per essere chiaro, prevede altri due scalini sive dislivelli che ormai sembrano irraggiungibili ai più: quello morale e quello anagogico.  

Pochi ormai arrivano a quella che, forzando assai la mano, Dante chiamerebbe la lettura allegorica di un testo  e che noi , che ci occupiamo di Satira, secolarizzati, chiamiamo ironica e sarcastica: ossia una “veritade ascosa sotto bella menzogna”.  

Tutto qui.

Per digerire la suesposta mappazza, vi consiglio un Tavernello con l'Idrolitina. E un ruttino liberatorio.


domenica 21 novembre 2021

Autentico e inutile. ControproDucenze (neologismo).

 

Piccole osservazioni inutili, fastidiose e, a pelle, superficialissime.

È controproducente gioire perché si impediscono le manifestazioni anti-Green pass.

Per chi è contrario a tali manifestazioni, la salute pubblica è più importante del diritto di manifestare e c’è sicuramente del buono in tale opinione.

Peccato che chi ha il potere ne approfitterà poi per impedire ogni forma di dissenso.

È controproducente gioire perché alcune categorie a noi antipatiche, per esempio gli Statali, non abbiano aumenti stipendiali.

Per chi pensa che lo Stato sprechi il suo denaro per premiare chi non fa il proprio dovere, la questione non si discute.

Peccato che chi è al potere ne approfitterà poi per abbassare gli stipendi sia agli Statali sia a coloro che non lo sono.

È controproducente invocare il licenziamento a chiunque sbrocchi, prendendosela con qualsiasi autorità costituita. 

Lo si multi, lo si umili coram populo, ma non lo si licenzi.

Mai.

Chi ha il potere, infatti, ne approfitterà per utilizzare il licenziamento, nella Repubblica fondata sul Lavoro, come forma di ricatto ad ogni opposizione.

Insomma, è sano e democratico gioire di meno per le disgrazie altrui e per la negazione di diritti sacrosanti, in particolare nei confronti di chi non la pensa come noi, e diffidare sempre e comunque di chi ha un potere (temporaneamente) che noi non abbiamo. 

Forse ce lo siamo dimenticato, ma le Costituzioni, come la Satira, devono tagliare le unghie ai più forti, non agli zero virgola che fanno anche "Growl!", ma poi, in fin della fiera, sono gattini, talvolta anche un po' defedati.


venerdì 10 luglio 2020

La Satira e la Bestia

La vignetta di Antonio Cabras ripresa e commentata sul sito del leader della Lega:
 


Intendiamoci. Il Capitano non è obbligato a farsi grasse risate davanti a una vignetta satirica sgradita: può non condividerne lo spirito, trovarla di cattivo gusto e persino trovarla ingiusta e esteticamente brutta.
Da quando esiste, però, la Satira ha connaturato il gusto della provocazione: il piattone da cui deriva il termine “satira” indica un piatto pieno, ricco di primizie, destinato agli dei più che agli uomini.
E in un piatto misto c'è di tutto: la dorata cipolla, la croccante mela cotogna, il puzzolente cavolo nero e l'odiosa carotina. Difficile accontentare tutti.
Per questo motivo, non intendo spiegare la vignetta di Antonio Cabras che ha tanto indignato Salvini.
Le vignette non si spiegano: o si capiscono o non si capiscono.
Se non si capiscono, si passa ad altro, magari incolpando l'autore per la sua oscurità e la sua incapacità comunicativa, se si capiscono e si approvano, si ride più o meno di gusto, attivando un po' le sinapsi, se si capiscono e non si approvano, si sopporta stoicamente l'umiliazione, la punzecchiatura e il fastidio, confidando sul fatto che la puntura di un tafano fa male, ma difficilmente è mortale.
Ricordiamoci sempre che chi si occupa di satira è armato solo di una matita, l'uomo politico ha potere e può smuovere mari e monti.
Insomma, la lotta, e dovrebbe essere evidente per tutti, è impari e, pur godendo di notevole libertà d'espressione, il disegnatore satirico combatte da solo (e spesso senza nessun vantaggio economico) contro i propri personalissimi mulini a vento che spesso hanno la consistenza della carta velina.
Scatenare i propri sostenitori e fan contro un disegnatore satirico è un eccesso di difesa (per nulla legittima) che non promette bene da parte di chi detiene anche una dracma di potere: gli uomini politici che utilizzano la propria influenza contro i disegnatori sgraditi non sono mancati e non mancano, ma sono nella migliore delle ipotesi degli autocrati, nella peggiore dei dittatori a tutti gli effetti. 
In una democrazia, anche imperfetta, chi si occupa di satira dovrebbe godere della sacrosantitas attribuita ai tribuni della plebe dell'antica Roma. Violarla comporta qualche rischio: i plebei che sono le membra dello Stato potrebbero ritirarsi su qualche Aventino e la classe politica, il vorace stomaco perennemente affamato, sarebbe costretto a sopportare le rane nella pancia e, quel che è peggio, a guardarsi le spalle perché per magia , come ci insegna la Storia recente, capita spesso che l'innocuo e morbido lapis si trasformi in resistente travertino o in ramata monetina ammonitrice.

giovedì 23 aprile 2020

Invettiva di un Feltri di Sinistra.


Mentre degli stronzetti si lamentano per le censure inesistenti nei confronti delle cagate che scrivono sui loro giornali di merda distillata con carta igienica annessa e che diffondono a spruzzo per il godimento di un popolo rimbesuito da anni di rincoglionimento programmato e senza obsolescenza su canali TV complici e finanziati da un cagone ora provvisoriamente nizzardo di piccola virtù, essendo stato socio di organizzazioni segrete e/o malavitose, il direttore, minacciato evidentemente in modo credibile, di un giornale nazionale,  "La Repubblica"  (di cui, a scanso di equivoci, non condivido la linea politica da lunga pezza) viene prudentemente sostituito per evitare il peggio.
Coloro che lo minacciano sono sodali, amichetti, camerati degli stronzetti starnazzanti e del codardone in villa. Si chiamano fascisti ossia quegli omuncoli che vogliono che il 25 aprile sia una festa dedicata alle vittime del Covit perché nessuno ripeta ad alta voce quello che è palese a tutti: che sono fascisti e hanno perso ogni guerra. In particolare quella con l'intelligenza.
Ogni atomo di ossigeno da loro sottratto all'Umanità è sprecato.

P.S. Invettiva di un Feltri di Sinistra. Ora provvederò a staccarlo dalla bottiglia! Ha buon gusto, però: si è scolato un Pinot Nero niente male.

sabato 25 gennaio 2020

De Satira in barbarorum tempore.

Noto un certo scoramento in chi si cimenta in questi tempi grami in Italia, da professionista, da semiprofessionista o da dilettante nella Satira.
Non è la paura della censura (e che opera alla grande e senza freni in molti Paesi): in Italia al massimo si rimedia una denuncia dal politico di turno con l'orticaria facile, ma in galera non si va ancora (c'è sempre tempo, sia chiaro).
L'unica pena ormai evidente e accettata, obtorto collo,  è la marginalità del proprio messaggio, nonostante che i Social diano l'impressione fallace dell'amplificazione.
C'è di peggio, però: chi fa Satira si sente del tutto impotente rispetto a ciò che sta succedendo.
Il “Castigat ridendo mores” si è ingrippato alla grande e, spesso, anzi, si ha la sensazione che mettere in luce le tare di una classe politica oggettivamente inetta non faccia altro che il suo gioco; perché ormai di nulla si vergogna e i fan, come impone il nome, sono refrattari ad ogni critica nei confronti dei loro idoli politici che sono Dei anche a fronte di comportamenti di immane follia umana e etica. 
E il fenomeno osceno (e anti-intuitivo) è quello di vedere il numero dei fan crescere al crescere della provocazione cazzara.
Chi fa Satira si sente come l'uomo comune di mattina davanti al gorgo che porta via l'acqua calda del lavandino: vorrebbe limitare il flusso col tappo, ma,  ormai consapevole che il meccanismo non funziona, si rassegna a farsi a barba con l'acqua fredda. 
Non rinuncia, ma il rasoio, meno scorrevole, si inciampa sulla pelle, lasciando tagli e taglietti. Dolorosissimi.

martedì 7 gennaio 2020

Satira. Stato dell'Arte.


A cinque anni dalla strage dei disegnatori di Charlie Hebdo, una piccola riflessione si impone.
E' una banalità, lo so, perché è facile a tutti sincerarsene, ma la Satira, nei paesi Occidentali, non gode di buona salute, nonostante il sacrificio dei disegnatori francesi: molti giornali satirici chiudono o si trovano in grave difficoltà economica e, nei Paesi dove la libertà di Opinione e di Sampa dovrebbe essere un vessillo della Libertà di Espressione, i disegnatori di Satira stanno passando brutti momenti: o esercitano il loro diritto di Satira per spirito missionario o, semplicemente, muoiono di fame e, per sopravvivere, devono cercarsi altre attività per sostentarsi, sottraendo creatività e spirito umoristico al bene comune.
La Satira vive, male, ora, nei recinti di Internet e di Facebook, i cui algoritmi sono misteriosi ed eterodiretti.
I disegnatori nel mondo occidentale possono essere considerati dei privilegiati, comunque, perché in altri paesi il rischio è molto più alto: censura, arresto e la temibilissima autocensura che è il peggio del peggio nel mondo della Satira e che è il pane quotidiano sciapo di chi vive sul filo di questa modalità di espressione. Insomma, il sacrificio dei redattori di "Charlie Hebdo" è servito a poco, perché pochi l'hanno capito.
De hoc satis.
Arz
P.S.L'uso delle maiuscole è voluto e va interpretato. Questo post avrà per gli algoritmi di Facebook 25 lettori. Non uno di più, né uno di meno.


venerdì 27 aprile 2018

Il termometro della Satira non è ascellare.

Il signore che vedete qua sopra, Musa Kart, è un disegnatore turco. Bravo. Chi volesse vedere qualche suo lavoro non avrà difficoltà a reperire i suoi disegni in Rete.
Per la sua attività satirica ora è stato condannato a 3 anni e 9 mesi.
Ecco, a futura memoria: se volete misurare la temperatura di una democrazia, usate il termometro della Satira. Quando il termometro è stato posto dove deve essere posto, mi si scusi l'immagine, ossia nel culo del potere, vedrete la temperatura della democrazia diminuire.
Qualcuno mi dirà che l'immagine non è adeguata. No.
Le democrazie muoiono e si trasformano in dittature frequentemente non per un eccesso di temperatura (che si evidenza nei golpe), ma per forme subdole di ipotermia: inizia con la sonnolenza delle istituzioni, l'indifferenza della gente e col mettere sotto processo non coloro che stanno collocando nella formaldeide, magari con un bello sfoggio di machismo militare, l'idea di democrazia, ma chi denuncia con l'arma spuntata, ma evidentemente non troppo, del lapis lo stato di atrofia del cervello democratico. arz62

venerdì 13 aprile 2018

La Satira al tempo delle Consultazioni.


Orbene, ordunque. A Roma, durante le consultazioni per dar vita a un governo che prende sempre più i connotati del mostro di Frankestein, un satiro/artista allestisce in via Lucchesi a Roma un lavoretto simpatico. Non è Bansky, sia chiaro, e probabilmente lavora con Photoshop.
La tecnica è moderna e alla portata di tutti, ma l'allestimento è più raffinato e il messaggio, se non profondissimo, perlomeno ci strappa un sorriso: in una via di Roma, un Museo a cielo aperto, compare un'opera del Caravaggio,” I bari” con tanto di cornice e didascalia a fianco.
Nel giro di poche ore il tutto viene rimosso.
Avete girato ultimamente per Roma? State pure nella vostra città, se siete pigri.
Vi sono scritte di ogni genere, di rara bruttezza, veri schizzi di bile sui muri, indecifrabili ormai (poiché il linguaggio politico e dell'immagine cambia, e molti dei fossili grafici risalgono persino agli anni Settanta) e esteticamente orripilanti; dominano i disegnini di organi genitali, le bestemmie, opera di deturpatori di cessi coperti dall'anonimato, le tag di anonimi e di non dotatissimi sedicenti artisti di strada (non parlo, sia chiaro, dei writer di talento, sia chiaro, parlo dei ragazzini delle scuole medie in libera uscita).
Ecco queste opere resistono al tempo.
Lo sberleffo satirico no.
Perché?
Ecco per chi non fosse informato il quadro che riporto per svelare l'arcano.
Godetevelo. Non servono le audioguide ;-)

Dal sito Ansa.it
Per maggiori informazioni: I Tre bari

venerdì 2 settembre 2016

Riflessione di un badilante della Satira sulla vignetta di Charlie Hebdo


So di mettermi in un ginepraio e di graffiarmi coi rovi, fino al dissanguamento, ma il tema mi interessa, e molto, anche se il tacere, in questi casi, sarebbe, in situazioni diverse, un'opzione preferibile.
Mi espongo perché sento forte una puzza di bruciato, un desiderio di censura e di limitazione della libertà di espressione. Partiamo dai dati concreti: ecco la vignetta di Charlie Hebdo che ha creato il caso.




L'associazione Italia-Pasta è banale, d'accordo, ma il disegnatore francese “parla” prevalentemente ad un pubblico francese. E' uno stereotipo. La Satira non ne è esente, anzi.
Per attirare l'attenzione del lettore, spesso e volentieri, lo stereotipo è la via più semplice, la più immediata. Volete richiamare l'Italia e state parlando ai francesi, che cosa fate? Richiamate uno stereotipo che tutti possano riconoscere subito.
D'altronde , sfido chiunque a disegnare un francese presentandolo a un pubblico italiano senza ricorrere a qualche vieto stereotipo ( non gli mettiamo forse spesso un basco e i baffetti e gli facciamo dire : “Oui, je suis un tìp particolarment estrose?” Un francese, insomma, nel disegno non ha alcuna caratteristica che lo distingua da un italiano, a meno che non si ricorre a qualche “marca” caratterizzante nel linguaggio o nell'abbigliamento).
I due primi personaggi sono presentati chiaramente per creare qualche moto di solidarietà: non hanno un'aria allegra, tutt'altro: stanno soffrendo e sono in difficoltà. Non lo vedete? Io sì. 
L'elemento disturbante è l'ultima immagine.
Diciamo subito che molte vignette satiriche, a ridosso di avvenimenti di questo tipo, colpiscono, pesantemente e al di là delle intenzioni, chi è stato colpito direttamente. Ovviamente, fossi un parente, anche alla lontana, di chi è morto per il terremoto, mi indignerei , e non poco, a fronte della similitudine terremoto-lasagna ( farebbe il paio con quella spaghetti-P38 di un settimanale tedesco per descrivere il terrorismo italiano degli anni Settanta).
Ma la satira non è rivolta ai terremotati e spesso si occupa di avvenimenti che o sono distanti geograficamente o politicamente o storicamente: e chi non lo capisce non ha capito non solo la vignetta in oggetto, ma la satira in generale.
Forse non l'ho capita anch'io a pieno ( e certa satira, sappiate, utilizza volontariamente l'effetto “blur” per non far distinguere in modo chiaro il messaggio che vuole lanciare), ma mi sembra ovvio che nelle intenzioni del disegnatore vi sia l'obiettivo di mettere sotto il riflettore l'inadeguatezza del nostro sistema di prevenzione, la faciloneria con cui si mettono in atto sul territorio gli adeguamenti atti per limitare l'impatto degli effetti dei terremoti. Non siete forse tutti d'accordo?
L' errore del disegnatore è un altro: è quello, avendo sottovalutato l'effetto sfumato della vignetta, di aver prestato eccessivamente il fianco a interpretazioni malevole, quelle che spingono, guarda caso, alla censura e alle limitazioni della libertà della satira, anche da parte di chi ha mirato senza ritegno alla provocazione pura non nel campicello della satira politica, ma della politica in senso stretto. 
Elimino l'effetto “blur”, per evitare equivoci: sto parlando di Calderoli...e ho detto tutto! ;-)
arz62

mercoledì 7 gennaio 2015

Far morire per delle idee. La strage di Parigi.

La strage di Parigi mi ha lasciato quasi senza parole. Non riesco a capacitarmi che il "nemico", per qualcuno, siano alcuni tranquilli signori attempati o di mezza età con il gusto della satira e dell'ironia. Satira e ironia spesso irritante e spiacevole, sia chiaro, che giocano, con un piacere molto infantile, con molti tabù ancestrali: religione, sesso e morte.
Ma la pasta della satira è proprio quella, aggiungendo alla farina il sale e il pepe dell'irriverenza verso ogni potere costituito.
Colpire con un blitz militare questi antieroi ante litteram, armati di lapis e gomma, e ucciderli in maniera così barbara mi sembra un eccesso incomprensibile dettato da un'umanità senza sorriso, accecata o dall'ideologia o da un'errata visione del sentimento religioso.

E' cosa antica che gli uomini preferiscano il culto per le armi automatiche a quello per le sottili e spuntate armi della pacifica presa in giro, ma è ben triste vedere che le une si indirizzano verso le altre con una sproporzione di forza e di violenza che non può che essere chiamata con un solo nome: vigliaccheria.
arz

venerdì 5 ottobre 2012

Vauro, tra Satira e Denaro

Vauro se ne va da “Il Manifesto” e migra a “Il Fatto quotidiano”. 
Molti non glielo perdonano. Tradimento! Insomma, per il vil denaro, tradisce la causa.
La sua vignetta di oggi ( http://eccesatira.blogspot.it/2012/10/dal-manifesto-al-fatto.html) rappresenta in modo egregio il sentimento di chi si occupa di satira oggi: o fai satira “vera”, mal pagata, il più delle volte gratis, o sei servo del Potere che coincide con il Vil Denaro.
La Sinistra, purtroppo, non esce dal suo circolo vizioso: la causa, non c'è speranza, val più degli interessi del singolo.
Purtroppo, l'individuo si deve occupare di alcune questioncelle di non poco conto: deve pagare l'affitto, il telefono, la luce; se ha figli , deve mantenerli agli studi et similia.
Io non conosco Vauro, ma credo, nonostante la notorietà televisiva, che non sia un miliardario: vive, onestamente, del suo lavoro che è quello di disegnare. 
Se c'è un pessimo difetto della Sinistra ( e in questo , mi spiace, è veramente omologa alla Destra e agli strilli di Sallusti), è quello di disprezzare il lavoro intellettuale.
Quando utilizzo il verbo “disprezzare”, non lo uso a caso: il lavoro intellettuale, e lo è anche quello di un disegnatore satirico, non ha prezzo, è un lavoro di Serie B, insomma, un passatempo. Non è infrequente che qualcuno, “si parva licet componere magnis” ( non sono bravo come Vauro e non ho mai fatto del disegno satirico la mia professione), non un mio amico stretto, per intenderci, mi chieda un disegno e una vignetta: gratis sia chiaro. E non fa tante cerimonie come farebbe nel chiedere, che ne so?, un intervento estemporaneo dal conoscente idraulico alla propria “Pucci”.
Quando un mio parente mi incalza:” Perché non provi a diventare come Forattini? ( la cui involuzione umoristica e satirica mi mette solo angoscia, sia chiaro), rispondo onestamente:
1- Non disegno ancora bene come lui ( mi duole dirlo, ma è vero)
2- Non potrei utilizzare la mia visione della realtà contro i miei principi ( tradotto in soldoni: non potrei mai disegnare per un giornale di cui non condivido la linea politica).
E' , comunque,un vero peccato che la cultura di Destra paghi, non so quanto, ma penso bene, mentre quella di Sinistra , sempre e comunque, pensi che la libertà di pensiero sia una attività gratuita e “disprezzabile”.
Quando le opinioni non “valgono” ( anche se il valore di scambio non è l'unico valore in assoluto), è destino, ahinoi, che diventino ininfluenti e inutili. Alla faccia della libertà di pensiero e di opinione, cavallo ( evidentemente bolso) di battaglia di quello che era il pensiero progressista.
arz©
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