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venerdì 9 febbraio 2018

La scuola al tempo del colera.


Il Liceo classico D'Oria di Genova, inebriato dai fumi del darwinismo sociale, si esprime nel RAV (il documento che presenta le caratteristiche e le scelte della scuola) in questo modo:

Il contesto socio-economico e culturale complessivamente di medio-alto livello e l'assenza di gruppi di studenti con caratteristiche particolari dal punto di vista della provenienza culturale (come, ad esempio nomadi o studenti provenienti da zone particolarmente svantaggiate) costituiscono un background favorevole alla collaborazione ed al dialogo fra scuola e famiglia, nonché all'analisi, con apporti reciproci, delle specifiche esigenze formative, nell'ottica di una didattica davvero personalizzata" .

Tradotto dallo scolastichese all'italiano (ho titolo per farlo):

Non abbiamo rompicoglioni extracomunitari e ragazzi di classi sociali popolari foriere di problematiche del disagio. Con voi classi sociali privilegiate possiamo intenderci: se il vostro pulcinotto è un po' tonto, non preoccupatevi. Se proviene da una famiglia agiata, gli daremo una mano in qualche modo”.

Ovviamente ora, con le mani sporche di marmellata, la Dirigente Scolastica cerca di mettere un cerottino per attenuare la portata di una simile presentazione del suo istituto.
A mio avviso, quella scuola non è più pubblica.
Faccia pagare profumatamente la sua offerta formativa.
Non si preoccupino i docenti e la DS: troveranno tantissimi disposti a frequentarla e anche a pagare. E bene. 
Ma non si fregi della parola “pubblica”. E' questione di chiarezza e di onestà.
arz62

domenica 23 ottobre 2016

La Buona scuola: voce del verbo "Demansionare"

La parola “demansionamento” fa un po' paura. Significa che tu, lavoratore, prima hai un ruolo e poi, improvvisamente, ti ritrovi a ricoprirne un altro, dequalificato rispetto ai tuoi titoli e rispetto alla tua mansione precedente.
Sono convinto che il demansionamento che si basa su quel prefisso “de” ( per chi non sa il latino significa che il movimento è dall'alto verso il basso) sia un imbroglio bello e buono quando si traveste con nomi che hanno invece connotazione positiva. Il più noto è “flessibilità”.
Da vent'anni ( da trenta, forse?) alla parola “flessibilità” si sono inchinati tutti ;-) ( il termine implica i termini “dinamismo” , “adattamento”, che , da Darwin in poi, fanno sempre pensare bene: chi si adatta, come ben si sa, sopravvive. Il corollario che gli altri, i debolucci, possano soccombere, invece, viene ben nascosto).
Nel mio piccolo, lavoro nel campo dell'educazione, vedo che persone che si occupavano un tempo all'educazione si occupano sempre più frequentemente di aspetti burocratici.
Si vuole formare un “middle management” che si occupi degli aspetti organizzativi e dei finanziamenti  
(prevalentemente europei, perché il Ministero dell'Istruzione è sempre più avaro) per far funzionare la baracca “scuola”.
Ecco, costoro, quelli che verranno premiati ( per pochi, pochissimi, spiccioli, sia chiaro) per il loro impegno extrascolastico, sottratto, more solito, a quello scolastico, quelli che si occuperanno di interpretare i vari PON che stanno cadendo qual pioggia battente sulla scuola, gli uomini di buona volontà che provvederanno per via telematica al corretto funzionamento della nuova/buona scuola, i sempreconnessi che saranno reattivi agli input continui che provengono dal Ministero, non hanno colto il nocciolo della questione: prima insegnavano, e avevano un ruolo "prestigioso" , e forse per questo sono stati scelti come persone fidedegne per il nuovo che avanza, ora sono di fatto demansionati al ruolo di applicati di segreteria ( di cui, sia chiaro, ho il massimo rispetto, ma che si occupano di un lavoro che non ha nulla a che fare con l'insegnamento), di operatori e esecutori acritici di ciò che viene proposto gerarchicamente dall'alto.
Guadagneranno pochi denari in più, è vero, ma il loro petto non potrà gonfiarsi più di tanto, temo, pur riconoscendo in loro le competenze, l'entusiasmo e il desiderio di migliorare il mondo in cui lavorano e operano. Quando i migliori raggiungono il loro livello di incompetenza , secondo la nota legge di Murphy, il sistema comincia a scricchiolare, ma evidentemente la cosa non interessa a nessuno. O meglio: la cosa interessa tantissimo, ma è meglio non parlarne troppo in giro.
arz62


mercoledì 20 maggio 2015

Gli idolatri delle parole e le parole ancipiti : pubblico vs privato, flessibile vs inflessibile ( sulla "Buona scuola")

Vignetta di Vauro

Purtroppo, siamo reduci da un trentennio di condizionamento di massa. Dalla caduta di un sistema (di cui, sia chiaro, nessuno ha la nostalgia) alternativo al capitalismo , al di là degli strombettatori della morte delle ideologie ( e della storia!), sappiamo che un'ideologia , una sola, quella neoliberista ha dominato il campo.
E il martellamento mediatico è stato così intenso che anche le parole che sono affascinanti animaletti metamorfici alla Pokemon hanno assunto una consistenza ossea dura da scalfire dai denti sempre più frolli di un'opinione pubblica sempre meno scaltra per mancanza di tempo, per mancanza di strumenti o . semplicemente, per mancanza di voglia.
Cercherò di essere meno fumoso: prendete gli aggettivi “privato” e “flessibile” senza riflettere troppo. Ecco che queste due parole nella vostra mente assumeranno una patinatura dorata. Prendete i loro contrari “pubblico” e “inflessibile” e come per miracolo, nel vostro cervello assumeranno una connotazione negativa.
Eppure le prime due sono parole che, in un determinato contesto, potrebbero avere un significato negativo ( un esempio  "interesse privato in pubblico ufficio" ;-)), mentre le seconde potrebbero avere un valore positivo.
Insomma, queste sono parole con due teste, sono ancipiti! Ma qualcuno ha provato , e c'è ruscito, a tagliarne una: idolatrando le prime e infangando le seconde.

Scusate il discorso che sembra non avere né capo né coda; leggetevi questo bel post di Leonardo 
http://leonardo.blogspot.it/2015/05/la-scuola-del-merito-e-dei-bonus-una.html
e frullate nella vostra scatola cranica “privato” e “pubblico” e “flessibile” e inflessibile”.
E forse mi capirete meglio.

arz  

venerdì 15 maggio 2015

Gli Anti-INVALSI










Attenti ai prof anti-Invalsi: 
negano il futuro ai loro allievi


Ogni mobilitazione ha il suo slogan. Quello di Boycott Invalsi è stato «Non siamo numeri e crocette». Cosa dice questo slogan? Che la scuola italiana è ormai – complessivamente – un caso perso. Dead Institution Walking.
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Riporto con un semplice "copia e incolla"  l'incipit di un intervento di un docente di un certo spessore su un quotidiano on line che si pronuncia contro il boicottaggio dei test INVALSI. 
Sono consapevole che, quando si scrive in Rete, si è un po' rilassati. Aggiungete il fatto che sapete quanto mi secchi sottolineare gli errori degli altri, quando io stesso ne commetto tanti, ma la rilassatezza, a volte, e da un pulpito più elevato del mio, inficia l'efficacia dell' argomentazione, e questo è imperdonabile. Correggo, ma con qualche titubanza : io non sono un docente di un certo spessore; anzi, penso di essere ormai un docente di una certa evanescenza ;-)

"Ogni mobilitazione ha il suo slogan quello di "Boycott Invalsi è stato:«Non siamo numeri e crocette». Che cosa dice questo slogan? Dice che la scuola italiana è, ormaicomplessivamenteun caso perso: "Dead Institution Walking".

Cari pro-INVALSI, vi consiglio  minor rilassatezza e più attenzione alla forma, altrimenti come farete a convincere i docenti dell'utilità di una ricognizione oggettiva ( e non approssimativa)  delle competenze degli studenti italiani?
arz

mercoledì 5 novembre 2014

Requiem per la scuola

Lavoro nella scuola. Mi sono sempre battuto per la scuola pubblica: ci ho creduto e ho investito molte energie perché funzionasse, anche se non so, e lo dico con tutta sincerità, con quali risultati (forse pessimi, sia chiaro: saranno comunque altri a valutare). 
Ho constatato, e l'ho espresso pubblicamente ( non ci voleva nessun sociologo per confermarlo), che , nell'era berlusconiana, la scuola stava subendo un lento garrotamento: asfissia dei fondi, tagli costanti e feroci e , innanzi tutto, discredito programmato sull'istituzione.
Ora, parlando con i colleghi, in piena era renziana, sull'onda di quell'afflato evidentemente inutile che si autoproclama investimento per la “Buona scuola”, percepisco un altro vento: loro stessi, i dipendenti pubblici, non credono più nell'istituzione in cui lavorano.
La frase tipica, mi si scusi la costruzione enfatica, è : “Mio figlio non lo manderei in questa scuola”. La marea di problemi ( sociali, psicologici, didattici etc....) li sta investendo come un'onda di piena e si sentono soli. Sono colleghi di una certa età, sia chiaro, e ora non voglio giudicarli.
I loro figli sono già laureati e molti già lavorano: questi colleghi non hanno più figli giovinetti da mandare al macello e, tra l'altro, la maggior parte dei loro pargoli ha frequentato scuole private; la loro disillusione, quindi, ha radici antiche e, forse, in tempi non sospetti, non tutte nobili. 

Hanno, in qualsiasi caso, scampato il pericolo e ne sono felici.
Il sintomo, però, è evidente: il corpo della scuola sta consumando le ultime proteine e le sta richiedendo al proprio apparato muscolare.
Si chiama cachessia, il preludio di una morte. Non bella sia chiaro: il contrario di un'eutanasia
. arz

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