Gli aspetti del reale che stridono, la rivolta degli oggetti , delle cose e della lingua... Tutto ciò che dà quell'irritante sensazione di fastidio provocata dal gesso non spezzato sulla superficie nera della lavagna della nostra esistenza. Questo blog è una costola di http://improntedichina.blogspot.com/ Il sito è presente anche su Facebook: http://www.facebook.com/ImpronteDiChinaEGraffiDiGesso.Per il microfinanziamento dell'opera: https://paypal.me/arz62
giovedì 22 giugno 2017
Sbagliando si impara. Forse.
La notizia è qui: Oggiscuola
Non è l'errore in sé. Tutti sbagliano. Chi ha lavorato nell'editoria lo sa bene: anche i migliori scrittori, anche gli esimi professori, in ispecie quando erano costretti a scrivere tanto e di fretta, incorrevano in qualche sfondone, in qualche concordanza malriuscita e finanche in qualche errore ortografico.
Non è l'errore in sé. Tutti sbagliano. Chi ha lavorato nell'editoria lo sa bene: anche i migliori scrittori, anche gli esimi professori, in ispecie quando erano costretti a scrivere tanto e di fretta, incorrevano in qualche sfondone, in qualche concordanza malriuscita e finanche in qualche errore ortografico.
Poco male: c'era sempre qualcuno nella
casa editrice che riprendeva il manoscritto o il dattiloscritto e
correggeva, pazientemente e senza smadonnare, il lapsus calami
del dotto, scivolato qua e là su qualche accento e su qualche
(c)acca ortografica.
Poi l'editor, ma allora non si chiamava
così, mandava in stampa, dove, giocoforza, i tipografi incorrevano
in altri errori ( diversi dall'originale) e, solo alla fine del
farraginoso processo, il più scalcagnato e il più sottopagato dei
correttori di bozze rimediava nel 99% dei casi all'idiozia vera e
propria, all'errore marchiano e a quello che tutti ora chiamano
“refuso” , ma che in realtà appartiene spesso alle categorie
precedenti.
Qualche volta, va detto, il povero
correttore di bozze provvedeva a correggere la “lectio difficilior”
con la “facilior” ( e in questo caso raccoglieva supino, a stampa avvenuta, gli
improperi dell'autore che si precipitava come un falco presso la casa
editrice, lanciando alte grida per l'attentato al suo onore
intellettuale)...
Comunque, alla disperata, insieme al
libro già stampato compariva l'”errata corrige”, il fogliettino
che ricordava al lettore l'imperfezione insita nella trasmissione dei
testi, soggetta ai dispettosi diavoletti che inducono all'errore
chiunque si sporchi le mani con l'inchiostro.
Come vedete, la sagra dell'errore, dunque, non è
nuova, ma, come ho descritto, attraverso il filtro del controllo di
più persone, l'errore spesso non compariva a stampa.
Che cosa sta succedendo ora?
Com'è possibile che le “tracce”
diventino “traccie” e che il singolare di “batterio” diventi
“battere”?
I casi sono tre: o si è tagliato sul
personale a tal punto da saltare ogni forma di controllo o
, ed è l'ipotesi peggiore, chi è preposto ai compiti di controllo
non è più all'altezza dell'incarico che gli è stato affidato o questi ha lavorato troppo di fretta ( ma una prova di maturità si stabilisce un bel po' di tempo prima, o no?).
La soluzione, a mio avviso, è semplice: o gli occhi
di Argo di cento persone provvederanno d'ora in poi alla “scansione” del testo delle tracce di maturità sin nei minimi dettagli o i pochi , per questione di segretezza della
prova, dovranno rileggersi il tutto con cura, dimostrando di non
essere faciloni e distratti ( e magari chiedere alla moglie nel segreto del talamo quale sia
il singolare di “batteri”; è tra l'altro un ottimo metodo anticoncezionale! ;-)).
Auspico che il MIUR adotti , dopo la figuraccia rimediata quest'anno, gli standard
delle riviste di enigmistica: gli errori in queste redazioni sono
visti come fumo negli occhi e confessare di aver sbagliato può
portare al seppuku del colpevole, seduta stante, davanti a tutti i
collaboratori! arz62
sabato 10 giugno 2017
Il destino degli italiani: diventare più bassi!
Prima hanno incominciato gli
industriali: “Non riusciamo a trovare personale qualificato!”,
ora ci si mette anche la scuola ( che nella scala del valore sociale
tra le istituzioni in Italia, e solo in Italia, si trova all'ultimo
gradino): a Bologna non si sono trovati docenti
sufficientemente preparati per vincere il concorso nella scuola
primaria.
Oh, accidenti, si grida allarmati: i
giovani non solo non sono preparati, ma anche quando sono
all'altezza, non si sbattono più di tanto.
La nostra classe dirigente è fatta di
idioti distillati: è trent'anni che hanno disincentivato lo studio (“Con la cultura non si mangia”, ipse dixit Tremonti), hanno leso
la dignità professionale dei laureati e del personale tecnico
qualificato con stipendi da fame e ci hanno fatto bere la dottrina
neoliberista che la scuola e l'università costa e che più si taglia
in questo settore ( per i più beoti improduttivo) meglio si fa, così
le tasse si riducono: meglio pochi ( e ricchi, ché pagarsi le tasse
universitarie ora non è alla portata né del lumpenproletariat, né
ora del piccolo borghese) laureati, ma buoni (e possibilmente
bocconiani così che possano diffondere il Verbo Urbi et Orbi).
Ecco ora i risultati
dell'autolesionismo del nostro Paese, votato, come ho già scritto in
altre occasioni, a un lento declino, se non a un suicidio
programmato.
Ora mancano i maestri nelle scuole
Primarie, nelle scuole medie trovare un docente di Matematica e come
cercare l'ago in un pagliaio, le Università si lamentano della
preparazione di base traballante delle matricole, domani mancheranno
i medici e i chirurghi e gli industriali ( primi responsabili della
deriva di cui sopra) solo ora si accorgono che per far funzionare le
loro industrie non troveranno gente sufficientemente attrezzata (
anche perché la politica della domanda e dell'offerta vale solo in
linea teorica e non ci pensano proprio di aumentare gli stipendi dei
loro dipendenti...anzi: via alla precarizzazione del lavoro salariato!).
Be', ragazzuoli, se tutto andrà bene,
diminuirà la vita media degli Italiani e, magari, tra breve,
registreremo una diminuzione dell'altezza degli italiani, vogliamo
scommettere?
E' già successo in USA , ma noi,
sapete, ridicoli e pigri imitatori delle ricette altrui, ci arriveremo un po'
in ritardo. Non sono, dunque, un profeta, basta solo guardare ai
modelli a cui, stentatamente, come tutti gli imitatori di scarso
talento, cerchiamo di adeguarci. Siamo solo nani sotto le scarpe dei giganti ( anche se quest'ultimi più bassi che prìa!) arz62
venerdì 9 giugno 2017
Il burocratosauro didattico si nutre di carta ed espelle solo i migliori didatti.
La notizia è questa: Vittorio Colletti
Commento del sottoscritto:
Dopo aver passato le ultime due settimane a riempire modelli e relazioni che di didattico hanno solo il linguaggio astruso e di burocratico la finta snellezza del modello, mi permetto di indicare come eroe del giorno Vittorio Colletti . Mi spiego meglio: per far digerire al docente che dovrà riempire paginate intere, il modello della burocrazia didattica dovrà contenere solo una cinquantina di semplici frasettine secche secche (nomate "punti") che , se prese sul serio, comporteranno un lavoro improbo, se prese per ischerzo, avranno la consistenza di due sciocchezzuole senza sale. Si lascerà al docente, al senso deontologico di come interpreterà la sua professione, la scelta; ad ogni singola frasettina, quindi corrisponderanno cinquanta pagine fitte fitte per il docente coscienzioso e due righette striminzite, e anche sgrammaticate, per il docente più frettoloso.
Il risultato finale sarà lo stesso, ovviamente : il documento non verrà letto da nessuno, perché il documento burocratico non serve per fornire informazioni utili, ma per parare il culo al burocratosauro che teme ricorsi ad ogni angolo.
Ah, sia chiaro che il ricorso all'informatica non risparmierà neanche la carta! Il burocratosauro sa che l'informatica permetterà sì, nel virtuale, il facilissimo "copincolla" e la riproduzione seriale del documento (la cui consistenza numerica darà giustificazione a colui che chi dirige le danze di chiamare tale operazione "lavoro" senza esserlo, non essendo nient'altro che la riproduzione all'infinito , qual specchio contrapposto di barberia, del lavoro dei sottoposti), ma non la sua persistenza nel mondo reale; perché il documento feticcio resista nei secoli avrà bisogno, sempre e comunque, di una copia cartacea, e un'altra foresta, nell'incosciente allegria di naufragi, si abbatterà nel nome del progresso tecnologico.
Fidarsi è bene, ma non fidarsi è meglio ;-) arz62
Commento del sottoscritto:
Dopo aver passato le ultime due settimane a riempire modelli e relazioni che di didattico hanno solo il linguaggio astruso e di burocratico la finta snellezza del modello, mi permetto di indicare come eroe del giorno Vittorio Colletti . Mi spiego meglio: per far digerire al docente che dovrà riempire paginate intere, il modello della burocrazia didattica dovrà contenere solo una cinquantina di semplici frasettine secche secche (nomate "punti") che , se prese sul serio, comporteranno un lavoro improbo, se prese per ischerzo, avranno la consistenza di due sciocchezzuole senza sale. Si lascerà al docente, al senso deontologico di come interpreterà la sua professione, la scelta; ad ogni singola frasettina, quindi corrisponderanno cinquanta pagine fitte fitte per il docente coscienzioso e due righette striminzite, e anche sgrammaticate, per il docente più frettoloso.
Il risultato finale sarà lo stesso, ovviamente : il documento non verrà letto da nessuno, perché il documento burocratico non serve per fornire informazioni utili, ma per parare il culo al burocratosauro che teme ricorsi ad ogni angolo.
Ah, sia chiaro che il ricorso all'informatica non risparmierà neanche la carta! Il burocratosauro sa che l'informatica permetterà sì, nel virtuale, il facilissimo "copincolla" e la riproduzione seriale del documento (la cui consistenza numerica darà giustificazione a colui che chi dirige le danze di chiamare tale operazione "lavoro" senza esserlo, non essendo nient'altro che la riproduzione all'infinito , qual specchio contrapposto di barberia, del lavoro dei sottoposti), ma non la sua persistenza nel mondo reale; perché il documento feticcio resista nei secoli avrà bisogno, sempre e comunque, di una copia cartacea, e un'altra foresta, nell'incosciente allegria di naufragi, si abbatterà nel nome del progresso tecnologico.
Fidarsi è bene, ma non fidarsi è meglio ;-) arz62
lunedì 5 giugno 2017
Il suicidio di un Paese. Cronaca di una morte annunciata.
Sarò
didascalico ( e quindi, per i più, noiosissimo e anche fastidioso);
se si vuole ammazzare un Paese, e noi ci stiamo riuscendo alla
grande, bisogna far passare l'idea che il lavoro sia un privilegio e
che il pagamento per il proprio lavoro sia una questione ininfluente,
tanto più quando si passa da un lavoro solido (l'operaio che
produce tondini) a un lavoro liquido ( il lavoro creativo).
E
adesso, come tutti i rompiballe saccenti, ma, sappiatelo,
assolutamente non buonisti, come potrete constatare, cito per i distratti l'articolo 36 della Costituzione: “Il
lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantità
e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a
sé e alla famiglia un'esistenza libera e dignitosa”.
E, se qualcuno mi parlerà , pensando di commuovermi, del piccolo
imprenditore che, povero lui, è costretto a pagare poco i propri
dipendenti perché strozzato dalle tasse, sappiate che non ho alcuna
pietà: questi è uno stronzo che merita di appendersi al primo palo,
strozzato dalla sua stronzaggine, non dalle tasse. Il piccolo imprenditore onesto, piuttosto, licenzia, con la morte nel cuore, non garrota i propri dipendenti.
Poi,
e spero sempre che sia una bufala della peggior specie, in rete si trova questo annuncio:
E
il cerchio si chiude. O, se preferite, il nodo scorsoio. arz62
giovedì 1 giugno 2017
Nemo propheta in patria...
Post di un bel po' di tempo fa...Non chiamatemi profeta...Chiamatemi "Nemo"! ;-)
Il Berlusconismo, malattia infantile (e mortale) del Renzismo.
Leggo spesso tra gli scritti di coloro che plaudono all'era Renzi, e parlano sul serio, che Renzi costituisce nei fatti una discontinuità rispetto al berlusconismo.
Mi intristisco un poco perché da un po' di anni sto raccogliendo gli indizi, direi le prove, che il berlusconismo non è morto affatto e sopravvive, come Alien nei corpi dei poco avveduti astronauti, nella lingua, nelle movenze e, ahimè, nei pensieri di chi dovrebbe rappresentare il “nuovo” e l'inedito, rispetto al tristissimo ventennio berlusconiano.
Parto, more solito, dall'ambito linguistico.
Alla Leopolda Renzi dice ( la sintesi è giornalistica, ma il filmato lo potete reperire facilmente in Rete): "Con il referendum costituzionale, siamo ad un bivio : è il derby tra passato e futuro, tra cinismo e speranza, tra rabbia e proposta, tra nostalgia e domani" .
Non ci vuole un linguista di professione per capire che il campo semantico in cui si muove Renzi è lo stesso di Berlusconi, quello calcistico marezzato qua e là da qualche pennellata gramsciana e vagamente di sinistra. Si parte dallo "scendere il campo” e si arriva al “derby” dicotomico tra “odio”dell'universo mondo verso l'”amore” renziano ( qui siamo nel berlusconismo distillato), tra il cinismo della ragione e la speranza della volontà , tra la rabbia e la speranza del sol dell'avvenir ( solo qui effettivamente, nell'accenno al sol, non alla rabbia, sia chiaro, si respira aria un po' gramsciana e vagamente di sinistra), sino alla chiusura tra la nostalgia del passato e la promessa del domani che non diverge di molto dalle nostalgie mussoliniane di “Giovinezza giovinezza, primavera di bellezza”.
Ma il berlusconismo prevale nella chiusa del discorso:
"In un mondo nel quale si vive la dimensione della contestazione che diventa odio ( ripetuto tre volte e la triplice replicatio è , ahinoi, uno stilema mussoliniano, mentre la contrapposizione tra due termini opposti, di cui uno già connotato negativamente, è più vicino all'armamentario retorico berlusconiano) abbiamo un'unica opportunità: recuperare la politica andando casa per casa, andando incontro alla gente. L'italia è a un bivio: deve scegliere se essere la patria del gattopardo o dell'innovazione. Dell'ennesima occasione perduta o laboratorio del futuro".
Il nuovo contro il vecchio, Guelfi versus Ghibellini, è un vero peccato che sia un “nuovo” che puzza tremendamente di vecchio.
Faccio il mio solito vaticinio ( ne ho azzeccati alcuni, purtroppo!)
“Sento puzza di forza e di vecchie mutande” ( Ricky Gianco), sento puzza di “grande coalizione” con Berlusconi dopo gli esiti del Referendum.
Scommettiamo? ;-)
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