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sabato 22 giugno 2019

L'infantilismo italiano (Prima puntata): lo storpiamento del nome e del cognome.

(Pubblico questa fotografia, ma con ripugnanza. Serve a capire il senso di ciò che sto scrivendo. Mi scuso con Greta, perché il rischio di amplificare, invece di rintuzzare nel lutulento mondo dell'informazione deformata è sempre in agguato).

Ne ho già parlato diffusamente e recupererò materiali già pubblicati sul tema: una delle caratteristiche dei tempi è l'infantilismo in politica e nel giornalismo di bassa lega.
Incomincerò con il caso più recente: c'è una ragazzina che si è resa  protagonista di una battaglia ambientale (per i maligni è passivo strumento di altri poteri).
Si chiama Greta. La conoscono tutti ed è inutile descrivere il personaggio.
Non è una ragazza vezzosa, tutt'altro. Una ragazzina che più facilmente immaginereste all'ultimo banco intenta nella lettura di un libro, mentre tutti i suoi compagnucci smanettano con lo smartphone.
Un giornale, ***, la prende di mira perché non crede al cambiamento climatico. 
La posizione del quotidiano è del tutto legittima: c'è chi dice che la Terra è piatta ed è liberissimo di dirlo, c'è chi crede che i minibot siano una moneta sicurissima e una soluzione fichissima per eliminare il debito pubblico. Non è infantile credere ad un'idiozia: ha a che fare con l'ignoranza e/o, come spesso succede, con la difficoltà di cogliere i legami di causa ed effetto, specialmente quando gli effetti non riguardano il presente, ma un futuro che si pensa sempre non prossimo.
L'infantilismo sta nel prendere in giro la ragazzina perché si chiama Greta. 
Chi crede a Greta è un “gretino”. D'accordo: il giochino di parole può valere per il titolo di un giorno, ma per Greta non è così. Il giornale, definiamolo così, perché esce ogni giorno, batte il tamburo non per l'arco di 24 ore, ma per mesi e forse continuerà per anni.
E arriviamo ad oggi: si prende una fotografia della ragazzina, la peggiore che si possa trovare. E si continua con il giochino dei “gretini che credono a Greta”.
Ecco, per esperienza personale, i ragazzini nelle scuole medie amano storpiare i nomi e cognomi dei compagnucci di classe. Fanno i bulletti e non si fermano facilmente. Ti chiami Cazzullo? Sei morto! Il tuo cognome richiama un salume...Sei finito!
Il docente diligente appena si accorgerà della questione prenderà il bulletto di turno e lo ribalterà. In una secreta stanza, gli spiegherà l'importanza di chiamare le persone per nome e cognome senza storpiatura: se toccherai il nome minerai l'identità di una persona, se storpierai il cognome, offenderai gli affetti familiari che, come si sa, sono sacri. Il bulletto in genere non capirà bene il discorsetto: è un po' zuccone e col pensiero astratto se la cava maluccio. Col sorriso sulla bocca il prof gli chiederà di pronunciare il suo nome e cognome ad alta voce. E con l'arma dell'ironia, attraverso l'esempio, lo prenderà per i fondelli: “Ah, ti chiami Maurizio. Guardiamo su Wikipedia: vedi? Deriva da Mauro e significa figlio di Mauro. E “Mauro” è il nome di quelli che venivano dalla Mauritania: sì, insomma quelli scuri di pelle. Insomma sei un figlio di quelli che tu pigli facilmente per i fondelli. Hai presente il tuo compagnuccio ghanese? La ragazzina senegalese? Magari se non sei proprio nero nero, sei un meticcio, un mulatto, un bardotto. D'ora in po in classe ti chiamerò Maurizio Bardotto, carino, vero?”
E' il momento in cui il bulletto si sbullona e incomincia a cambiare umore. 
Prima era strafottente, ora si placherà un po'. Tenterà l'ultima spiaggia: il ricorso al supergenitore! “Lei non può chiamarmi così! Lo dirò al mio papà!”
E il docente avveduto eviterà di entrare in simmetria col bulletto. Non dirà: “Come osi?” 
Pacatamente e, saltando platealmente uno pede nell'auletta, proferirà queste alate parole: “Oh, qual meraviglia! Avrò occasione di parlare al tuo papà che mai ho visto finora ai colloqui! Che occasione fortunata! Ringrazio i Numi, Zeus e la Trimurti! Non lo dovrò chiamare attraverso la Segreteria e il Dirigente scolastico! Verrà qui da me chiamato da te direttamente, vero? Non dovrò neanche convocarlo al colloquio con una nota sul diario. Oh, che felicità! Che gaudio!”
Il bimbo ormai nel panico si chiuderà nel silenzio del colpevole. E non scriverà nulla sul diario. Ovviamente.
Qualcuno avrà da ridire sul comportamento del docente: troppo sarcasmo e troppa aggressività.
Sono d'accordo: non si dovrebbe mai approfittare delle posizioni di forza. 
Coi ragazzi bisogna avere maggiore sensibilità. 
Eppure nessuno si meraviglia oggi che un giornalista non si vergogni per nulla di aggredire una ragazzina.
Se la sta pigliando con una minorenne, con un uso dell'immagine e del testo violento e aggressivo, praticando, ed è l'aspetto più sgradevole della questione, consapevolmente la presa in giro sul suo aspetto fisico, utilizzando una fotografia infelice che infanga la grazia di una ragazzina un po' speciale, magari lontana dai canoni della bellezza classica, ma che non può che suscitare, nella sua semplicità, simpatia. Ed è un giornalista. Purtroppo.
Se da insegnante chiamassi “nano” un allievo basso, avrei sicuramente e giustamente addosso genitori, Dirigente scolastico e MIUR. 
Visto che i giornalisti di questo quotidiano sono notoriamente contrari al “politically correct”, mi autorizzeranno a chiamare “scemo” un allievo che non capisce il predicativo del soggetto? E i genitori, lettori del *** , mi applaudiranno festosi per la mia totale mancanza di peli sulla lingua?





giovedì 18 aprile 2019

Se questo è un giornale...



Non c'è nulla da fare: sappiamo da tempo che Libero non è un giornale, se non per il fatto che esce ogni giorno, ma non ci siamo ancora abituati.
E, checché ne dica Mentana, facendo un distinguo  gesuitico che non ha molto senso (riassumendo: ci sono buoni giornalisti che scrivono su Libero, ma chi pensa i titoli è uno stronzo), un pezzo di carta non fa un quotidiano; e i giornalisti che si prestano a questo giochetto sporco, se non sporchissimo, non si meritano granché la tessera dell'Ordine.
Libero è un ventilatore spargimerda, un inquinatore di pozzi e di anime. 
E in questa operazione fa un ottimo servizio a chi vuol spargere malcontento ed è un perfetto fiancheggiatore di ogni opera manipolatoria dell'opinione pubblica più malleabile.
Non ho detto la più ignorante, ma la più disposta a costruirsi una realtà fittizia, a proprio uso e consumo (anche a Sinistra, c'è chi si presta, lo so; la tendenza psicotica è bipartisan). 
Libero è un cementificatore del pregiudizio ed ha una funzione consolatoria per chi, in cuor suo, ha inconfessabili pensieri: nullificazione dei comunisti e in genere degli avversari politici, sterminio dei Rom, vendetta rapida e immediata attraverso ogni arma, e robuccia del genere, ideuzze che albergano da sempre nella borghesia sotto la cenere del perbenismo e che in genere cozzano con i progressi del pensiero e della civiltà in Italia e spesso col cristianesimo (non voglio stare sul vago: abolizione della pena di morte, inutilità della tortura, proporzionalità della pena, timore che la vox populi diventi vox dei and so on, insomma quel pensiero che attinge alla fonte di Cesare Beccaria e del suo nipotino Alessandro Manzoni).
Prendersela poi con una ragazzina e definirla cretina, pensando di essere spiritosi, dà l'idea della levatura delle persone. Purtroppo, non è cosa nuova. 
Poiché non è la prima volta che i direttori responsabili di Libero sono costretti a pagare le conseguenze di titolazioni di tal fatta, la domanda che mi pongo, visto che il giornale ha una tiratura per pochi infimi ;-), è chi sia il finanziatore occulto disposto a pagare le penali in Tribunale. 
Io un'idea ce l'ho, ma non ve la dico. Non sono un giornalista di Libero, io! ;-)
arz62

venerdì 24 agosto 2018

"Libero" e i cagnolini sbavanti. Un Mondo da cani.



Le parole hanno ancora un senso. Se un giornale vicino a un uomo politico scomoda le categorie religiose per giustificare l'adesione a una posizione politica, è evidente che si è scavalcato il fosso.
“Fedele” non è attributo che attiene ai rapporti paritari tra gli uomini.
O si usa per Dio, e Salvini non lo è, non avendo ancora fondato una religione, anche se sta lavorando bene per diffondere un culto della personalità, o connota i rapporti tra il cane e l'uomo. 
Se i Cattolici sono fedeli a Salvini (e francamente non lo credo), allora sbavino tutti come Pavlov insegna sentendo la parola "immigrazione". 
I giornalisti di Libero scondizolano, d'altronde, già da un bel po'. Bau! Bau!

domenica 4 dicembre 2011

Franti 2011: I professori facciano il loro compito. Li giudicheremo noi

"Il Giornale" ospita il commentino dell'elefantino che con la solita grazia si agita nella cristalleria.
Il titolo dell'articolo è:
"I professori facciano il loro compito. Li giudicheremo noi".
Ecco il Sessantottino che odia il Sessantotto, dopo aver incamerato da Sessantottino opportunista tutti gli onori del Franti di turno, che rispolvera uno slogan sessantottino.
I professori, duole far polizia delle parole, non svolgono i compiti: fanno il loro dovere.
I Franti giudichino solo se stessi: si autoassolveranno, è ovvio, ma non salgano su una cattedra che non  spetta loro.
©arz

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