Ne ho già parlato diffusamente e
recupererò materiali già pubblicati sul tema: una delle
caratteristiche dei tempi è l'infantilismo in politica e nel
giornalismo di bassa lega.
Incomincerò con il caso più recente:
c'è una ragazzina che si è resa protagonista di una battaglia ambientale (per i maligni è passivo strumento di altri poteri).
Si chiama Greta. La conoscono tutti ed
è inutile descrivere il personaggio.
Non è una ragazza vezzosa, tutt'altro.
Una ragazzina che più facilmente immaginereste all'ultimo banco
intenta nella lettura di un libro, mentre tutti i suoi compagnucci
smanettano con lo smartphone.
Un giornale, ***, la prende di mira perché
non crede al cambiamento climatico.
La posizione del quotidiano è
del tutto legittima: c'è chi dice che la Terra è piatta ed è
liberissimo di dirlo, c'è chi crede che i minibot siano una moneta
sicurissima e una soluzione fichissima per eliminare il debito
pubblico. Non è infantile credere ad un'idiozia: ha a che fare con
l'ignoranza e/o, come spesso succede, con la difficoltà di cogliere i
legami di causa ed effetto, specialmente quando gli effetti non
riguardano il presente, ma un futuro che si pensa sempre non prossimo.
L'infantilismo sta nel prendere in giro
la ragazzina perché si chiama Greta.
Chi crede a Greta è un
“gretino”. D'accordo: il giochino di parole può valere per il
titolo di un giorno, ma per Greta non è così. Il giornale,
definiamolo così, perché esce ogni giorno, batte il tamburo non per l'arco di 24 ore, ma per mesi e forse continuerà per anni.
E arriviamo ad oggi: si prende una
fotografia della ragazzina, la peggiore che si possa trovare. E si
continua con il giochino dei “gretini che credono a Greta”.
Ecco, per esperienza personale, i
ragazzini nelle scuole medie amano storpiare i nomi e cognomi dei
compagnucci di classe. Fanno i bulletti e non si fermano facilmente.
Ti chiami Cazzullo? Sei morto! Il tuo cognome richiama un
salume...Sei finito!
Il docente diligente appena si accorgerà della questione prenderà il bulletto di turno e lo ribalterà. In una
secreta stanza, gli spiegherà l'importanza di chiamare le persone per
nome e cognome senza storpiatura: se toccherai il nome minerai l'identità
di una persona, se storpierai il cognome, offenderai gli affetti familiari
che, come si sa, sono sacri. Il bulletto in genere non capirà bene
il discorsetto: è un po' zuccone e col pensiero astratto se la cava
maluccio. Col sorriso sulla bocca il prof gli chiederà di pronunciare
il suo nome e cognome ad alta voce. E con l'arma dell'ironia,
attraverso l'esempio, lo prenderà per i fondelli: “Ah,
ti chiami Maurizio. Guardiamo su Wikipedia: vedi? Deriva da Mauro e
significa figlio di Mauro. E “Mauro” è il nome di quelli che
venivano dalla Mauritania: sì, insomma quelli scuri di pelle.
Insomma sei un figlio di quelli che tu pigli facilmente per i
fondelli. Hai presente il tuo compagnuccio ghanese? La ragazzina senegalese? Magari se non sei proprio nero nero, sei un meticcio, un mulatto, un bardotto. D'ora in po in classe ti chiamerò Maurizio Bardotto, carino, vero?”
E' il momento in cui il bulletto si
sbullona e incomincia a cambiare umore.
Prima era strafottente, ora
si placherà un po'. Tenterà l'ultima spiaggia: il ricorso al
supergenitore! “Lei non può chiamarmi così! Lo dirò al mio papà!”
E il docente avveduto eviterà di
entrare in simmetria col bulletto. Non dirà: “Come osi?”
Pacatamente e, saltando platealmente uno pede nell'auletta, proferirà queste alate parole: “Oh, qual
meraviglia! Avrò occasione di parlare al tuo papà che mai ho visto
finora ai colloqui! Che occasione fortunata! Ringrazio i Numi, Zeus e la Trimurti! Non lo dovrò chiamare
attraverso la Segreteria e il Dirigente scolastico! Verrà qui da me
chiamato da te direttamente, vero? Non dovrò neanche convocarlo al colloquio con una nota sul
diario. Oh, che felicità! Che gaudio!”
Il bimbo ormai nel panico si chiuderà
nel silenzio del colpevole. E non scriverà nulla sul diario. Ovviamente.
Qualcuno avrà da ridire sul
comportamento del docente: troppo sarcasmo e troppa aggressività.
Sono d'accordo: non si dovrebbe mai
approfittare delle posizioni di forza.
Coi ragazzi bisogna avere
maggiore sensibilità.
Eppure nessuno si meraviglia oggi che un
giornalista non si vergogni per nulla di aggredire una ragazzina.
Se la sta pigliando con una minorenne,
con un uso dell'immagine e del testo violento e aggressivo,
praticando, ed è l'aspetto più sgradevole della questione,
consapevolmente la presa in giro sul suo aspetto fisico, utilizzando una fotografia infelice che infanga la grazia
di una ragazzina un po' speciale, magari lontana dai canoni della
bellezza classica, ma che non può che suscitare, nella sua
semplicità, simpatia. Ed è un giornalista. Purtroppo.
Se da insegnante chiamassi “nano”
un allievo basso, avrei sicuramente e giustamente addosso genitori,
Dirigente scolastico e MIUR.
Visto che i giornalisti di questo
quotidiano sono notoriamente contrari al “politically correct”, mi autorizzeranno a chiamare “scemo” un allievo che non capisce il predicativo del
soggetto? E i genitori, lettori del *** , mi applaudiranno festosi per la mia totale mancanza di peli sulla lingua?
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