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sabato 21 agosto 2021

Occhio. Il linguaggio degli avvelenatori di pozzi.

 Sono passati dieci anni da questo mio intervento sul linguaggio dei giornali di area Mediaset. 

https://graffidigesso.blogspot.com/2011/11/il-linguaggio-ammiccante.html

Nulla è cambiato.

 Cambiano i nemici dell'individuo barricato nella sua villetta monofamiliare con recinto: i sindacalisti, i virologi, Mattarella, lo Stato canaglia, i Poteri forti, i Talebani, gli extracomunitari, gli islamici et similia. 

E' d'uopo che si armi il cittadino inerme, e subito.

Poi potrà sparare a casaccio verso le larve evanescenti create da una certa stampa irresponsabile in una fantasmagoria rutilante, da ubriacare chiunque.




martedì 26 maggio 2020

Ricetta P2: Merda flambé


Ingredienti: Merda abbondante e Farina 007.
Difficoltà: Cinque Stelle.
Tempo di cottura: due settimane.


Pubblica un'intercettazione sui giornali di area berlusconiana per preparare la base.
Ricopri il tutto con informazioni di Farina 007.
Annaffia abbondantemente di sfiducia la Magistratura.
Lascia macerare sui Social per una settimana.
Avvicina il piatto al fuoco dell'egocentrismo dei partitini agonizzanti e della vanagloria degli ex dipendenti delle TV di Berlusconi capitati per puro caso nella Giunta delle Immunità.
Butta nel cesso espressioni come “La Legge è uguale per tutti”, “Stato di Diritto” ormai combuste.
Servi al popolo la merda flambé e convincilo che il piatto è prelibato.
Batti le mani al cuoco nizzardo.
Voilà!

domenica 23 febbraio 2020

A margine del panico suscitato dal Coronavirus



Molti chiedono responsabilità nell'emergenza e poi “Libero” se ne esce con un titolo del genere.
Ovviamente scatta l'indignazione di rito.
C'è chi pensa che i giornalisti di questo giornale e di altri della stessa area o siano pazzi o ubriachi.
Ho già scritto che la foglia di fico della follia e, nel caso di Feltri, dell'Alzheimer e della tendenza al bicchierino di troppo, è deleteria.
Feltri, Senaldi, Belpietro e altri della cricca escono tutti dalla stessa pentola: sono giornalisti cresciuti a pane e Mediaset, il cui Padre e Padrone ancor oggi presumibilmente regge il peso finanziario delle querele e dei risarcimenti per le diffamazioni e calunnie a mezzo stampa per quelli che si definiscono“fuori dal coro”.
L'Uomo di plastica è stato un piduista, ha cercato in tutti i modi di smantellare la Costituzione, ha tenuto rapporti ambigui con la Mafia, è ancora il burattinaio della nostra malatissima Democrazia ed è, in pectore, ahinoi, il nuovo Presidente della Repubblica delle Banane italiane per la nostra Destra.
L'Innominabile, inoltre, tiene per le palle Capitan Findus, anche se il peso politico di FI sembra in fase calante, e sappiamo che opinione abbia della cavallina esoftalma che potrebbe sostituire il cavallo di razza padana, quando si spomperà e diventerà un Ronzinante qualsiasi: 'na zoccoletta (relata refero).
Se ci fosse una Sinistra seria, quest'ultima farebbe un gran casino, con tanto di picchetti, davanti alla redazione dei giornalacci suddetti. 
Ovviamente i summenzionati giornalisti fuori dal coro, ma non fuori di testa, si atteggeranno a vittime: si appelleranno, starnazzando come oche del Campidoglio, al rispetto di quella Costituzione di cui, se avessero pieno poteri i loro manutengoli, farebbero strame. 
Sicuramente non ci dovrebbero essere dubbi sul fatto che il finanziamento pubblico per giornali che si caratterizzano quotidianamente per il disprezzo nei confronti della deontologia professionale dovrebbe essere immediatamente sospeso.
Se poi la Sinistra volesse veramente vincere, ma qui parlo da umorista che tira la corda al massimo,  dovrebbe adottare questo semplice barbatrucco: promettere una patrimoniale ad personam che preveda che tutti i beni di Berlusconi e dei suoi accoliti (solo a loro il privilegio dell'esproprio, eh! Gli altri possono pure continuare a pasteggiare a champagne!) siano ridistribuiti equamente ai pensionati al minimo e ai disoccupati.
Insomma, la Rivoluzione partirebbe da una nuova distribuzione delle terre e delle ricchezze. 
Si sa, però, che, quando i contadini si sono messi a fare sul serio a brani i figli dei baroni e dei campieri, il Generale Garibaldi a Bronte ha chiamato Nino Bixio per mettere fine alla carneficina. Ma cosa fatta capo ha . ;-)

venerdì 31 gennaio 2020

Una modesta proposta.


Questa mia proposta, modesta e umile, è “politically incorrect”, vi avviso.
Si sta lavorando tirando le corde della Satira al massimo (o del cattivo gusto per chi avversa tale genere di operazione): o suonerà armoniosamente o sarà uno strazio alle orecchie del lettore.
Orbene, ordunque: propongo, in nome della Massima Trasparenza, l'istituzione di un contrassegno obbligatorio di riconoscimento per i giornalisti di “Libero”, de “La Verità”, de “Il Giornale” e di molti dei giornalisti che lavorano in Mediaset.
Chiedo che lo Stato obblighi i suddetti professionisti di mostrare, mentre scorrazzano tra la plebe e nelle pubbliche vie, appuntato al doppiopetto, un distintivo, un badge, una cimice che permetta agli occhi di tutti di identificare il loro ruolo nel mondo.
Si definiscono e son giornalisti con le contropalle, no? Che problema ci dovrebbe essere?
Perché dovrebbero vergognarsi di mostare di appartenere alla categoria benemerita dei giornalisti d'assalto, di coloro che si occupano coraggiosamente e senza contropartita della controinformazione in Italia? Dovrebbe essere, logica vuole, un motivo di vanto e di onore. Che portino il cartellino, ordunque, qual croce di ferro della loro ardita e faticosa battaglia quotidiana!
So, però, che questa mia semplice proposta non sarà accettata: non perché non ritengano la loro professione ricca di onori e del prestigio tributato da un pubblico plaudente (e di denaro, anche se di dubbia provenienza).
Rifiuteranno il distintivo, rivendicando il diritto di vivere nell'anonimato la loro vita privata.
Mi spiace dissentire: i suddetti, nell'esercizio della loro professione, mettono ogni giorno sulle pagine dei loro giornali e dei loro telegiornali, un giorno sì e un giorno no, la coratella o, se preferite un'immagine diversa, i calzini e le mutande dei loro oppositori, in genere privati cittadini, per esporli al vituperio dei loro fedeli lettori e spettatori.
Lo fanno senza ritegno e senza alcuna remora morale e, spesso, nel nome supremo dell'Informazione con la “I” maiuscola, affrontando nei Tribunali il rischio di salatissimi risarcimenti.
Non cadano in palese contraddizione rispetto ai loro saldissimi principi!
Della privacy altrui se ne sono fottuti e se ne fottono assai, come se ne fottono e se ne sono fottuti, e strologano sull'argomento, facendosene un vanto, del “politically correct”, tipico, a loro dire, della Sinistra perbenista.
Non temano, comunque: la mia proposta non vuole precludere loro nessuna libertà.
Noi siamo Buonisti Fino al Midollo (BFM): all'esclusione preferiamo di gran lunga l'autoesclusione.
I giornalisti dei suddetti giornali e Telegiornali desiderano andare in un ristorante stellato o nella trattoria da quattro soldi?
Liberissimi di farlo: il cartellino sive segnale sive sigillo identificativo non li escluderà , come i Giudei dopo le Leggi razziali, dalla loro prerogativa di godersi il cibo dello chef o dell'oste, anzi: si libereranno molti tavoli intorno al loro desco, perché il loro immediato riconoscimento permetterà a chi gli starà vicino di allontanarsi discretamente e senza proferir verbo dal locale.
Lo so che a questo punto partirà di default, direi come un tic, l'accusa di “razzismo degli antirazzisti”.
Parliamo senza peli sulla lingua: l'esclusione dai locali che i suddetti frequentano abitualmente è una norma da sempre, dettata da forme di apartheid economico e, talvolta, razziale: costano troppo e non tutti sono ammessi. Ci sono in genere a preservare la loro riservatezza i “buttafuori”, no?
Se poi qualcuno è diversamente colorato, tranne che sia parente di Mubarak o ricco a sufficienza o sportivo di fama, viene spesso escluso, vero? Non è così?
I Locali “esclusivi” (e divisivissimi) sono il loro Mondo (e la nostra salvezza, diciamolo, visto che ci permettono di non frequentarli più di tanto per indegnità), si chiamino Billionaire o Circolo dei Canottieri. Li chiameremo per questo "razzisti"? Giammai: stronzi elitari, senza attico a New York, ma in qualche isola esotica, sì, però.
Orbene, lascino la libertà ai loro vicini di abbandonare il locale, quando decidano di onorare con la loro presenza luoghi in genere a loro inadatti negli imi bassifondi della vita reale.
Non hanno evidenti nasi grifagni che li rendano distinguibili, né unghie adunche per poterli individuare.
Prendete ad esempio Borgonovo, il Mastro Lindo videdirettore de “La Verità”: è così laccato e perbene che lo presentereste, senza sfrucugliare troppo nel suo passato, alla vostra attempata figliuola per un bel matrimonio combinato.
Leggete, però, bene bene quello che scrive e dice in TV e, se non aveste gli occhi foderati di prosciutto padano, non avreste dubbi nell'inserirlo nella categoria che gli compete.
Senza cartellino, però, l'operazione sarebbe improba a prima vista: non ha i frenologici segni della sua superiorità mentale, quella che gli permette, corroborato dalla sicurezza tipica delle razze superiori, senza vile indugio, un giudizio illuminante sulle plebi inette della Sinistra.
Che un cartellino glitterato, una stella argentea , una croce uncinata gli sia appuntata al petto, perché tutti sappiano chi è. Rifulga la sua fama e il plauso degli Illuminati!
Poi ognuno scelga: lo si baci pure, facendosi un selfie con lui, quale eroe della controinformazione e per la sua indefessa difesa della Famiglia, della Patria e di Dio contro gli amanti delle Teorie Gender, dei torbidi segreti di Bibbiano e delle trame antipatriottiche della Sinistra tutta.
Ma, a mio avviso, sine ira et sine studio, consiglierei ai più quei cinquanta metri di distanza, quella distanza che si suol dire di sicurezza: permetterà loro di non sentire le sue fregnacce lamentose, i discorsi a cappella, le personalissime ricostruzioni della cattiva fede altrui, la difesa degli indifendibili e l'insopportabile e ineluttabile vittimismo degli intellettuali che dicono di sentirsi incompresi perché sono di Destra. Sono incompresi, e a ragione, per altri motivi che qui è bello tacere.

sabato 22 giugno 2019

L'infantilismo italiano (Prima puntata): lo storpiamento del nome e del cognome.

(Pubblico questa fotografia, ma con ripugnanza. Serve a capire il senso di ciò che sto scrivendo. Mi scuso con Greta, perché il rischio di amplificare, invece di rintuzzare nel lutulento mondo dell'informazione deformata è sempre in agguato).

Ne ho già parlato diffusamente e recupererò materiali già pubblicati sul tema: una delle caratteristiche dei tempi è l'infantilismo in politica e nel giornalismo di bassa lega.
Incomincerò con il caso più recente: c'è una ragazzina che si è resa  protagonista di una battaglia ambientale (per i maligni è passivo strumento di altri poteri).
Si chiama Greta. La conoscono tutti ed è inutile descrivere il personaggio.
Non è una ragazza vezzosa, tutt'altro. Una ragazzina che più facilmente immaginereste all'ultimo banco intenta nella lettura di un libro, mentre tutti i suoi compagnucci smanettano con lo smartphone.
Un giornale, ***, la prende di mira perché non crede al cambiamento climatico. 
La posizione del quotidiano è del tutto legittima: c'è chi dice che la Terra è piatta ed è liberissimo di dirlo, c'è chi crede che i minibot siano una moneta sicurissima e una soluzione fichissima per eliminare il debito pubblico. Non è infantile credere ad un'idiozia: ha a che fare con l'ignoranza e/o, come spesso succede, con la difficoltà di cogliere i legami di causa ed effetto, specialmente quando gli effetti non riguardano il presente, ma un futuro che si pensa sempre non prossimo.
L'infantilismo sta nel prendere in giro la ragazzina perché si chiama Greta. 
Chi crede a Greta è un “gretino”. D'accordo: il giochino di parole può valere per il titolo di un giorno, ma per Greta non è così. Il giornale, definiamolo così, perché esce ogni giorno, batte il tamburo non per l'arco di 24 ore, ma per mesi e forse continuerà per anni.
E arriviamo ad oggi: si prende una fotografia della ragazzina, la peggiore che si possa trovare. E si continua con il giochino dei “gretini che credono a Greta”.
Ecco, per esperienza personale, i ragazzini nelle scuole medie amano storpiare i nomi e cognomi dei compagnucci di classe. Fanno i bulletti e non si fermano facilmente. Ti chiami Cazzullo? Sei morto! Il tuo cognome richiama un salume...Sei finito!
Il docente diligente appena si accorgerà della questione prenderà il bulletto di turno e lo ribalterà. In una secreta stanza, gli spiegherà l'importanza di chiamare le persone per nome e cognome senza storpiatura: se toccherai il nome minerai l'identità di una persona, se storpierai il cognome, offenderai gli affetti familiari che, come si sa, sono sacri. Il bulletto in genere non capirà bene il discorsetto: è un po' zuccone e col pensiero astratto se la cava maluccio. Col sorriso sulla bocca il prof gli chiederà di pronunciare il suo nome e cognome ad alta voce. E con l'arma dell'ironia, attraverso l'esempio, lo prenderà per i fondelli: “Ah, ti chiami Maurizio. Guardiamo su Wikipedia: vedi? Deriva da Mauro e significa figlio di Mauro. E “Mauro” è il nome di quelli che venivano dalla Mauritania: sì, insomma quelli scuri di pelle. Insomma sei un figlio di quelli che tu pigli facilmente per i fondelli. Hai presente il tuo compagnuccio ghanese? La ragazzina senegalese? Magari se non sei proprio nero nero, sei un meticcio, un mulatto, un bardotto. D'ora in po in classe ti chiamerò Maurizio Bardotto, carino, vero?”
E' il momento in cui il bulletto si sbullona e incomincia a cambiare umore. 
Prima era strafottente, ora si placherà un po'. Tenterà l'ultima spiaggia: il ricorso al supergenitore! “Lei non può chiamarmi così! Lo dirò al mio papà!”
E il docente avveduto eviterà di entrare in simmetria col bulletto. Non dirà: “Come osi?” 
Pacatamente e, saltando platealmente uno pede nell'auletta, proferirà queste alate parole: “Oh, qual meraviglia! Avrò occasione di parlare al tuo papà che mai ho visto finora ai colloqui! Che occasione fortunata! Ringrazio i Numi, Zeus e la Trimurti! Non lo dovrò chiamare attraverso la Segreteria e il Dirigente scolastico! Verrà qui da me chiamato da te direttamente, vero? Non dovrò neanche convocarlo al colloquio con una nota sul diario. Oh, che felicità! Che gaudio!”
Il bimbo ormai nel panico si chiuderà nel silenzio del colpevole. E non scriverà nulla sul diario. Ovviamente.
Qualcuno avrà da ridire sul comportamento del docente: troppo sarcasmo e troppa aggressività.
Sono d'accordo: non si dovrebbe mai approfittare delle posizioni di forza. 
Coi ragazzi bisogna avere maggiore sensibilità. 
Eppure nessuno si meraviglia oggi che un giornalista non si vergogni per nulla di aggredire una ragazzina.
Se la sta pigliando con una minorenne, con un uso dell'immagine e del testo violento e aggressivo, praticando, ed è l'aspetto più sgradevole della questione, consapevolmente la presa in giro sul suo aspetto fisico, utilizzando una fotografia infelice che infanga la grazia di una ragazzina un po' speciale, magari lontana dai canoni della bellezza classica, ma che non può che suscitare, nella sua semplicità, simpatia. Ed è un giornalista. Purtroppo.
Se da insegnante chiamassi “nano” un allievo basso, avrei sicuramente e giustamente addosso genitori, Dirigente scolastico e MIUR. 
Visto che i giornalisti di questo quotidiano sono notoriamente contrari al “politically correct”, mi autorizzeranno a chiamare “scemo” un allievo che non capisce il predicativo del soggetto? E i genitori, lettori del *** , mi applaudiranno festosi per la mia totale mancanza di peli sulla lingua?





sabato 23 febbraio 2019

"Specchio!" ovvero l'oziosa provocazione della Pravda de noantri: il razzismo dell'antirazzismo.

C'è un gioco infantile che consiste nel mettersi l'uno di fronte all'altro e imitare i gesti, le smorfie e le boccacce di chi è davanti a noi. Ad un certo punto, non si capisce chi imiti e chi sia stato imitato.
Il gioco è bello, eh, ma appartiene all'infanzia poiché, per chi non ne conosce il funzionamento, lo specchio è un oggetto meraviglioso e magico.
Ecco il pessimo giornalismo che contraddistingue l'informazione in Italia  si comporta nello stesso modo.
C'è un clima di intolleranza e questo nessuno lo può negare.
La Sinistra cerca di dimostrare che il clima di intolleranza è incentivato dal Governo o che comunque il Governo è responsabile dell'emersione dell'intolleranza. E' una tesi che va dimostrata. 
Chi è contrario a questa tesi dovrebbe dire: no, non c'è un clima di intolleranza oppure l'intolleranza c'è sempre stata, ma qualcuno sta puntando l'occhio di bue dell'informazione sul fenomeno ad arte.
No, “La Verità”, la Pravda della Destra italiana, non ci sta.
Evidentemente percepisce che l'intolleranza è in aumento. E negarlo sarebbe stupido. 
Potrebbe incolpare Facebook che ha dato libero sfogo agli ubriaconi da bar e ai violenti, la crisi economica (ma evidentemente non conviene tirar fuori l'argomento, quando gli alleati sono al Governo), la scuola o qualsiasi parafulmine che si utilizza in simili occasioni. 
No, “La Verità” utilizza la tecnica dello “Specchio”: il vero razzismo è quello degli antirazzisti.


Come sto osservando da un po', non c'è solo il problema comunicativo legato alle parole, ma anche quello della logica (e, probabilmente, della sintassi). 
In primis, l'espressione razzismo unita a quella di antirazzismo implica l'esistenza del concetto di “razzismo” (parola che, a mio avviso, andrebbe sempre utilizzata con le pinze: il razzismo si manifesta quando dai del “selvaggio” all'uomo di colore e utilizzi l'aggettivo per dire che ogni uomo di colore e la sua progenie manterranno fino alla fine dei tempi questa caratteristica , utilizzo ovviamente il "politically correct” per evitare di essere bloccato su FB. Non si manifesta quando gli dai dell'idiota. Idiota è termine interrazziale,  mentre “selvaggio” implica la superiorità di un'etnia sull'altra. Al panettiere bianco latte puoi dare dell'idiota liberamente, si offenderà, neh!, ma difficilmente lo apostroferesti con l'aggettivo “selvaggio”. L'argomento è più complesso, ma sto semplificando e, come sapete, sono un umorista, non un sociologo).
Quindi, seguendo la logica, solo la logica, l'”antirazzismo”, essendo razzista, avrebbe individuato nei “razzisti” caratteristiche tali da farne un'etnia distinta. Non solo, se sono “razzisti” gli antirazzisti questi ultimi evidentemente pensano che tu nasca “razzista” e che tu possa trasmettere il “razzismo” per via genetica ai tuoi figlioli. 
Purtroppo, queste idee non appartengono alle basi del pensiero di Sinistra (andatevi a leggere o a rileggere Bobbio). 
I“sinistri”, come li chiamano per sbeffeggiarli , credono l'esatto contrario: che razzisti si diventi e che ogni caratteristica morale e intellettuale non si trasmetta di padre in figlio, ma sia condizionata dall'ambiente. Magari si sbagliano, e l'uomo è proprio un legno storto che non si può raddrizzare, ma da lì partono i loro ragionamenti.
Spero di aver confuso un po' le idee al lettore per mettere in chiaro che il gioco dello "Specchio" appartiene all'infanzia e fa il paio con la bellissima espressione "Chi lo dice sa di esserlo!" o quell'altra "Gallina che canta ha fatto l'uovo!", generalmente rivolta al compagnuccio che dice: "Chi ha scoreggiato?"
Praticare simili giochetti da piccini va bene, ma utilizzarli quando si è grandicelli, pur con la voce fessa, e ci si vanta di appartenere all'Ordine dei giornalisti, no.

domenica 10 febbraio 2019

Il populismo che si guarda allo specchio e non si vede.





Per inquinare i pozzi hanno dovuto inquinare il linguaggio.

Si è partiti con i “fascisti rossi”, perché dar dei “Comunisti” agli avversari politici non sembrava abbastanza offensivo: molti di loro ne erano fieri.
Spesso (ma non sempre: c'erano anche i fuoriusciti che si sentivano traditi dal PCI ed erano antifascisti) l'epiteto veniva utilizzato da chi aveva qualche simpatia per il fascismo delle “cose buone” e magari aveva collocato il busto del Mascellone in salotto.
Perché l'offesa non era nella parola “fascisti”, ma nell'aggettivo “rossi”. Ma quale offesa maggiore per un “rosso” che essere definito “fascista”?
Ora Belpietro usa il termine “collaborazionisti”. Sappiamo tutti chi fossero i “collaborazionisti”.
Ora il direttore de "La verità" onora del titolo coloro che appoggiano Adolf Hitler Macron, non coloro che hanno soffiato e soffiano sul malcontento per favorire l'estremismo di Destra xenofobo, negazionista e paranazista.
Insomma , è la solita abitudine di coloro che appartengono ai movimenti populisti di attribuire agli altri i propri difetti strutturali (dove l'ho letto? Barthes? Eco?)
Pierre Poujade non è mai morto.
Un altro semplice esempio?
“Razzisti all'incontrario”, rivolto dai razzisti DOC agli antirazzisti per sottolineare una presunta discriminazione nei confronti dei bianchi.
De hoc satis, populisti comunisti statalisti! ;-)
arz©

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