giovedì 11 aprile 2013

Lavoro a costo zero, l'ennesima follia del pensiero neoliberista.




Premetto: ho il sangue che mi va in acido e temo che qualche parolina di troppo mi sfuggirà ( e la sintassi e la coerenza, di conseguenza, andranno a pallino).
Incominciamo con la notizia del giorno che mi ha fatto andare in bestia: gli enti pubblici cercano laureati per impieghi a costo zero.
Piano piano ci siamo arrivati. Ecco che cosa ha significato e significa la flessibilità in Italia: prima , obtorto collo, rinunci ai diritti e poi rinunci al salario nel nome di un lavoro che non ci sarà.
Non c'è da meravigliarsi che la morte della “Dama di ferro” sia stata accolta da qualche festeggiamento in terra inglese. L'idea della povertà diffusa che ora annichilisce anche le classi medie e della difesa all'ultimo sangue del recinto ben protetto dove i veri ricchi , mentre spacciano alle plebi per verità biblica il Provvidenziale intervento della manina fatata del mercato, raccolgono i profitti del più grande furto con destrezza di una classe sociale nei confronti delle altre è vecchia di trent'anni, se non più. E se la Tatcher e Reagan ormai non ci sono più, i germi o meglio il cancro del neoliberismo vive nelle loro parole d'ordine che non sono finite all'Inferno con loro. Una di queste paroline è proprio “flessibilità”. Ma ci sono anche altre paroline avvelenate: “meritocrazia”, “produttività”, “costo del lavoro” et similia. Usate il tubo magico ( quel tubo che serviva un tempo per comporre frasi pazze facendo ruotare le parti di un cilindro) e scoprirete che, con l'aggiunta di qualche predicato ad hoc, si potranno comporre discorsini che potrebbero star perfettamente in bocca sia ad un iperliberista, sia a Marchionne, sia a un membro della cosiddetta sinistra che poi in Italia sarebbe quell'ircocervo del PD.
Se ci fosse un partito di Sinistra, un qualsiasi Comune che si fosse permesso di bandire un concorso così infame sarebbe stato occupato e, in modi non molto gentili, i promotori del bando sarebbero stati invitati a camminare con le ginocchia sui ceci.
Il lavoro gratis è pratica comune nel deserto delle leggi e della legalità che attanaglia gran parte del Sud Italia: per cumulare un po' di punteggio o per rincorrere il miraggio di un'occupazione che non diventerà mai stabile, schiere di giovani si sono sottoposti e si sottopongono ( sotto gli occhi poco vigili della Guardia di Finanza) al lavoro gratuito o semigratuito, alla faccia del dettato costituzionale e delle leggi. Tutti sanno e nessuno interviene.
Tacitamente il Sud è stato abbandonato e ora, nei morsi della contingenza economica, la crisi ha portato ad un'emigrazione simile a quella ottocentesca che coinvolge in maniera sempre più consistente anche l'Italia Settentrionale.
La tabe del lavoro non retribuito sta montando ed è la spirale in cui si sta avvitando la nostra società che non sta ritornando ad un neo-medioevo preindustriale, sarebbe grasso che cola!, ma vuole riproporre il modello delle società asiatiche, dove al vertice c'è il re o il Faraone, sotto di lui una casta ristretta di sacerdoti, scribi e militari e sotto la società dei semischiavi addetti alla costruzioni delle grandi opere civili.
E non c'è da sperare in nessuna rivolta: i semischiavi o sono analfabeti o si stanno ubriacando con il linguaggio di Corte, avendo dimenticato del tutto il linguaggio della rivolta. E non si può non concordare con Michele Serra che accusa la Tatcher e i suoi accoliti di aver raggiunto l'obiettivo che i neoliberisti rinfacciavano, come intrinseco nella loro ideologia, ai socialisti ossia quello di rendere più poveri i poveri. In nome della paura del socialismo e del comunismo le società industriali stanno vivendo l'incubo che avevano profetizzato, per raccogliere consenso, nel mondo comunista: povertà, mancanza di lavoro e di dignità.
 arz©

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