mercoledì 28 giugno 2017

Referendum sull'autonomia della Lombardia: cacca o sushi?

Non sono un costituzionalista e chi ne sa più di me è pregato di chiarirmi le idee.
La Costituzione promuove l'autonomia e il decentramento ( tant'è che l'articolo 5 si trova tra i Principi fondamentali). Sappiamo che si è intervenuti pesantemente sul titolo V della Costituzione perché autonomia e decentramento avessero carne ed ossa e non solo lo scheletro.
Ora c'è un Referendum che rivendica maggiore autonomia della Lombardia rispetto ad altre regioni, per uniformarla agli standard delle Regioni a Statuto speciale.
È una vecchia battaglia della Lega, il partito del localismo amorale.
È inutile ripetere quali siano gli slogan dei fautori del decentramento.
Sappiamo anche la “ratio” (insularità e presenza di minoranze linguistiche) che concesse a tempo debito a cinque regioni italiane di vivere bene ( ...e con molte storture, vedi il caso Sicilia) con uno Statuto speciale.
Orbene, perché ora un Referendum richiede maggiore autonomia alla Lombardia e non al Molise o all'Emilia Romagna? 
Sappiamo anche in questo caso quale sia la risposta di default: la Lombardia è più forte economicamente e versa più tasse rispetto ad altre regioni ; è dunque giusto che la Lombardia riceva di più rispetto a regioni meno dinamiche dal punto di vista economico.
Insomma, è la morte del principio federalistico ( e solidaristico!) che prevede che le regioni più forti drenino parte della loro ricchezza per aiutare le regioni più deboli.
Portando il discorso a livello europeo è come se i Leghisti ritenessero cosa buona e giusta che la Germania abbia goduto e goda di privilegi speciali per essere il motore economico della UE. 
Non la pensano così, mi sembra: anzi, assistiamo costantemente agli alti lai delle camicie verdi (accompagnati dal Movimento Cinque Stelle) che vedono nella Germania ricca e potente di oggi una riedizione del Terzo Reich, crudele e suprematista ariano. 
Va be', i Leghisti non vogliono neanche l'Europa e il cerchio si chiude: è inutile discutere di loro e con loro...
Ma perché un partito anche vagamente di Sinistra ( di chi sto parlando?) dovrebbe votare a favore di un simile Referendum? Voci giornalistiche riferiscono che votare sì sia un astuto tentativo del PD per sottrarre la gioia della vittoria alla Lega.
Insomma, per edulcorare un' inevitabile sconfitta ci si insinua nella lotta altrui per depotenziarne l'effetto. 
Chi vota NO è evidente che vota contro il principio del piacere e si sottrae agli istinti primitivi infantili e direi animali: quale essere vivente sottrarrebbe risorse a se stesso per distribuirle ad altri che non sente appartenere alla propria specie? E molti Lombardi, questa tendenza a vedere negli altri (meridionali, albanesi, neri, cinesi, musulmani and so on) specie diverse da loro ce l'hanno: leggete i titoli di “Libero” per farvene un'idea precisa.
Insomma, è come chiedere a un bambino se preferisce tenersi tutta la torta o dividerla coi compagnucci: se lascerete scegliere a lui, la torta, statene certi, se la terrà tutta per sé a costo di farsi venire un terribile mal di pancia.
Al di là della tattica, però, tale scelta del PD denota la ben nota incapacità della Sinistra di avere un linguaggio proprio e di usare parassitariamente il linguaggio del “nemico”.
Come ho già scritto in altre occasioni, una simile posizione è un chiaro segno di debolezza, il primo e evidente segnale della coazione alla sconfitta.
Ricordo a tutti che il Referendum di ottobre non prevede il quorum, il che mette in forte imbarazzo chi tra mangiare la merda del Sì e la cacca annunciata della sconfitta del NO preferirà starsene a casa a mangiarsi il sushi ( scusatemi la metafora ittico-scatologica).

A me però, il sushi non piace...purtroppo!

giovedì 22 giugno 2017

Repetita non iuvant...


Sbagliando si impara. Forse.

La notizia è qui: Oggiscuola

Non è l'errore in sé. Tutti sbagliano. Chi ha lavorato nell'editoria lo sa bene: anche i migliori scrittori, anche gli esimi professori, in ispecie quando erano  costretti a scrivere tanto e di fretta, incorrevano in qualche sfondone, in qualche concordanza malriuscita e finanche in qualche errore ortografico.
Poco male: c'era sempre qualcuno nella casa editrice che riprendeva il manoscritto o il dattiloscritto e correggeva, pazientemente e senza smadonnare, il lapsus calami del dotto, scivolato qua e là su qualche accento e su qualche (c)acca ortografica.
Poi l'editor, ma allora non si chiamava così, mandava in stampa, dove, giocoforza, i tipografi incorrevano in altri errori ( diversi dall'originale) e, solo alla fine del farraginoso processo, il più scalcagnato e il più sottopagato dei correttori di bozze rimediava nel 99% dei casi all'idiozia vera e propria, all'errore marchiano e a quello che tutti ora chiamano “refuso” , ma che in realtà appartiene spesso alle categorie precedenti.
Qualche volta, va detto, il povero correttore di bozze provvedeva a correggere la “lectio difficilior” con la “facilior” ( e in questo caso raccoglieva supino, a stampa avvenuta, gli improperi dell'autore che si precipitava come un falco presso la casa editrice, lanciando alte grida per l'attentato al suo onore intellettuale)...
Comunque, alla disperata, insieme al libro già stampato compariva l'”errata corrige”, il fogliettino che ricordava al lettore l'imperfezione insita nella trasmissione dei testi, soggetta ai dispettosi diavoletti che inducono all'errore chiunque si sporchi le mani con l'inchiostro.
Come vedete, la sagra dell'errore, dunque, non è nuova, ma, come ho descritto, attraverso il filtro del controllo di più persone, l'errore spesso non compariva a stampa.
Che cosa sta succedendo ora?
Com'è possibile che le “tracce” diventino “traccie” e che il singolare di “batterio” diventi “battere”?
I casi sono tre: o si è tagliato sul personale a tal punto da saltare ogni forma di controllo o , ed è l'ipotesi peggiore, chi è preposto ai compiti di controllo non è più all'altezza dell'incarico che gli è stato affidato o questi ha lavorato troppo di fretta  ( ma una prova di maturità si stabilisce un bel po' di tempo prima, o no?).
La soluzione, a mio avviso, è semplice: o gli occhi di Argo di cento persone provvederanno d'ora in poi alla “scansione” del testo delle tracce di maturità sin nei minimi dettagli o i pochi , per questione di segretezza della prova, dovranno rileggersi il tutto con cura, dimostrando di non essere faciloni e distratti ( e magari chiedere alla moglie nel segreto del talamo quale sia il singolare di “batteri”; è tra l'altro un ottimo metodo anticoncezionale! ;-)).

Auspico che il MIUR adotti , dopo la figuraccia rimediata quest'anno, gli standard delle riviste di enigmistica: gli errori in queste redazioni sono visti come fumo negli occhi e confessare di aver sbagliato può portare al seppuku del colpevole, seduta stante, davanti a tutti i collaboratori!  arz62

sabato 10 giugno 2017

Il destino degli italiani: diventare più bassi!

Prima hanno incominciato gli industriali: “Non riusciamo a trovare personale qualificato!”, ora ci si mette anche la scuola ( che nella scala del valore sociale tra le istituzioni in Italia, e solo in Italia, si trova all'ultimo gradino): a Bologna non si sono trovati docenti sufficientemente preparati per vincere il concorso nella scuola primaria.
Oh, accidenti, si grida allarmati: i giovani non solo non sono preparati, ma anche quando sono all'altezza, non si sbattono più di tanto.

La nostra classe dirigente è fatta di idioti distillati: è trent'anni che hanno disincentivato lo studio (“Con la cultura non si mangia”, ipse dixit Tremonti), hanno leso la dignità professionale dei laureati e del personale tecnico qualificato con stipendi da fame e ci hanno fatto bere la dottrina neoliberista che la scuola e l'università costa e che più si taglia in questo settore ( per i più beoti improduttivo) meglio si fa, così le tasse si riducono: meglio pochi ( e ricchi, ché pagarsi le tasse universitarie ora non è alla portata né del lumpenproletariat, né ora del piccolo borghese) laureati, ma buoni (e possibilmente bocconiani così che possano diffondere il Verbo Urbi et Orbi).

Ecco ora i risultati dell'autolesionismo del nostro Paese, votato, come ho già scritto in altre occasioni, a un lento declino, se non a un suicidio programmato.
Ora mancano i maestri nelle scuole Primarie, nelle scuole medie trovare un docente di Matematica e come cercare l'ago in un pagliaio, le Università si lamentano della preparazione di base traballante delle matricole, domani mancheranno i medici e i chirurghi e gli industriali ( primi responsabili della deriva di cui sopra) solo ora si accorgono che per far funzionare le loro industrie non troveranno gente sufficientemente attrezzata ( anche perché la politica della domanda e dell'offerta vale solo in linea teorica e non ci pensano proprio di aumentare gli stipendi dei loro dipendenti...anzi: via alla precarizzazione del lavoro salariato!).
Be', ragazzuoli, se tutto andrà bene, diminuirà  la vita media degli Italiani e, magari, tra breve, registreremo una diminuzione dell'altezza degli italiani, vogliamo scommettere?

E' già successo in USA , ma noi, sapete, ridicoli e pigri imitatori delle ricette altrui, ci arriveremo un po' in ritardo. Non sono, dunque, un profeta, basta solo guardare ai modelli a cui, stentatamente, come tutti gli imitatori di scarso talento, cerchiamo di adeguarci. Siamo solo nani sotto le scarpe dei giganti ( anche se quest'ultimi più bassi che prìa!) arz62

Burocratosaurus rex.

La dematerializzazione all'italiana ( leggere il post precedente, please!)

venerdì 9 giugno 2017

Il burocratosauro didattico si nutre di carta ed espelle solo i migliori didatti.

La notizia è questa: Vittorio Colletti


Commento del sottoscritto:

Dopo aver passato le ultime due settimane a riempire modelli e relazioni che di didattico hanno solo il linguaggio astruso e di burocratico la finta snellezza del modello, mi permetto di indicare come eroe del giorno Vittorio Colletti . Mi spiego meglio: per far digerire al docente che dovrà riempire paginate intere, il modello della burocrazia didattica dovrà contenere solo una cinquantina di semplici frasettine secche secche (nomate "punti") che , se prese sul serio, comporteranno un lavoro improbo, se prese per ischerzo, avranno la consistenza di due sciocchezzuole senza sale. Si lascerà al docente, al senso deontologico di come interpreterà la sua professione, la scelta; ad ogni singola frasettina, quindi corrisponderanno cinquanta pagine fitte fitte per il docente coscienzioso e due righette striminzite, e anche sgrammaticate, per il docente più frettoloso.
Il risultato finale sarà lo stesso, ovviamente : il documento non verrà letto da nessuno, perché il documento burocratico non serve per fornire informazioni utili, ma per parare il culo al burocratosauro che teme ricorsi ad ogni angolo.
Ah, sia chiaro che il ricorso all'informatica non risparmierà neanche la carta! Il burocratosauro sa che l'informatica permetterà sì, nel virtuale, il facilissimo "copincolla" e la riproduzione seriale del documento (la cui consistenza numerica darà giustificazione a colui che chi dirige le danze di chiamare tale operazione "lavoro" senza esserlo, non essendo nient'altro che la riproduzione all'infinito , qual specchio contrapposto di barberia, del lavoro dei sottoposti), ma non la sua persistenza nel mondo reale; perché il documento feticcio resista nei secoli avrà bisogno, sempre e comunque, di una copia cartacea, e un'altra foresta, nell'incosciente allegria di naufragi, si abbatterà nel nome del progresso tecnologico.
Fidarsi è bene, ma non fidarsi è meglio ;-) arz62

lunedì 5 giugno 2017

Il suicidio di un Paese. Cronaca di una morte annunciata.

Sarò didascalico ( e quindi, per i più, noiosissimo e anche fastidioso); se si vuole ammazzare un Paese, e noi ci stiamo riuscendo alla grande, bisogna far passare l'idea che il lavoro sia un privilegio e che il pagamento per il proprio lavoro sia una questione ininfluente, tanto più quando si passa da un lavoro solido (l'operaio che produce tondini) a un lavoro liquido ( il lavoro creativo).

E adesso, come tutti i rompiballe saccenti, ma, sappiatelo, assolutamente non buonisti, come potrete constatare, cito per i distratti l'articolo 36 della Costituzione:Il lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un'esistenza libera e dignitosa”.

E, se qualcuno mi parlerà , pensando di commuovermi, del piccolo imprenditore che, povero lui, è costretto a pagare poco i propri dipendenti perché strozzato dalle tasse, sappiate che non ho alcuna pietà: questi è uno stronzo che merita di appendersi al primo palo, strozzato dalla sua stronzaggine, non dalle tasse. Il piccolo imprenditore onesto, piuttosto, licenzia, con la morte nel cuore, non garrota i propri dipendenti.
Poi, e spero sempre che sia una bufala della peggior specie, in rete si trova questo annuncio:


E il cerchio si chiude. O, se preferite, il nodo scorsoio.     arz62

giovedì 1 giugno 2017

Nemo propheta in patria...

Post di un bel po' di tempo fa...Non chiamatemi profeta...Chiamatemi "Nemo"! ;-)


Il Berlusconismo, malattia infantile (e mortale) del Renzismo.

Leggo spesso tra gli scritti di coloro che plaudono all'era Renzi, e parlano sul serio, che Renzi costituisce nei fatti una discontinuità rispetto al berlusconismo.
Mi intristisco un poco perché da un po' di anni sto raccogliendo gli indizi, direi le prove, che il berlusconismo non è morto affatto e sopravvive, come Alien nei corpi dei poco avveduti astronauti, nella lingua, nelle movenze e, ahimè, nei pensieri di chi dovrebbe rappresentare il “nuovo” e l'inedito, rispetto al tristissimo ventennio berlusconiano.
Parto, more solito, dall'ambito linguistico.
Alla Leopolda Renzi dice ( la sintesi è giornalistica, ma il filmato lo potete reperire facilmente in Rete): "Con il referendum costituzionale, siamo ad un bivio : è il derby tra passato e futuro, tra cinismo e speranza, tra rabbia e proposta, tra nostalgia e domani" .
Non ci vuole un linguista di professione per capire che il campo semantico in cui si muove Renzi è lo stesso di Berlusconi, quello calcistico marezzato qua e là da qualche pennellata gramsciana e vagamente di sinistra. Si parte dallo "scendere il campo” e si arriva al “derby” dicotomico tra “odio”dell'universo mondo verso l'”amore” renziano ( qui siamo nel berlusconismo distillato), tra il cinismo della ragione e la speranza della volontà , tra la rabbia e la speranza del sol dell'avvenir ( solo qui effettivamente, nell'accenno al sol, non alla rabbia, sia chiaro, si respira aria un po' gramsciana e vagamente di sinistra), sino alla chiusura tra la nostalgia del passato e la promessa del domani che non diverge di molto dalle nostalgie mussoliniane di “Giovinezza giovinezza, primavera di bellezza”.
Ma il berlusconismo prevale nella chiusa del discorso:
"In un mondo nel quale si vive la dimensione della contestazione che diventa odio ( ripetuto tre volte e la triplice replicatio è , ahinoi, uno stilema mussoliniano, mentre la contrapposizione tra due termini opposti, di cui uno già connotato negativamente, è più vicino all'armamentario retorico berlusconiano) abbiamo un'unica opportunità: recuperare la politica andando casa per casa, andando incontro alla gente. L'italia è a un bivio: deve scegliere se essere la patria del gattopardo o dell'innovazione. Dell'ennesima occasione perduta o laboratorio del futuro".
Il nuovo contro il vecchio, Guelfi versus Ghibellini, è un vero peccato che sia un “nuovo” che puzza tremendamente di vecchio.
Faccio il mio solito vaticinio ( ne ho azzeccati alcuni, purtroppo!)
Sento puzza di forza e di vecchie mutande” ( Ricky Gianco), sento puzza di “grande coalizione” con Berlusconi dopo gli esiti del Referendum. 
Scommettiamo? ;-)

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