martedì 3 febbraio 2015

La libertà di essere cafoni. Il titolo di "Libero" di oggi.


Chiedo venia in anticipo. Forse sono vecchio e ormai i neuroni vanno a spasso e sento cigolii che forse sono frutto di un malfunzionamento delle mie orecchie. Qualcuno mi dia una mano, dunque. Ditemi che mi sbaglio! Leggo il titolo di oggi di Libero. “Mattarella, giura che tagli le spese”. 
Se non sbaglio, quel "giura" è un bell'imperativo. Siccome sono della generazione dello “spero, promitto e iuro” che vogliono l'infinito futuro ( in Latino, d'accordo), mi sarei aspettato, seppur col tono dell'invocazione imperativa, un “Mattarella, giura che taglierai le spese”. Visto che il soggetto della principale è uguale a quello della subordinata, ma è una questione puramente di orecchio personale, ancora meglio l'implicita: “Mattarella, giura di tagliare le spese”. Invece no, il titolista nella subordinata mi mette un bel presente indicativo seconda persona singolare. Perché mi urta? In primis, il vocativo senza alcun titolo onorifico. Insomma, si sta parlando al Presidente della Repubblica. D'accordo, il titolo di un articolo non si presta alle lungaggini, ma c'è un limite a tutto. 
Poi c'è quel imperativo che mal si addice a chi  vorrebbe rivolgersi ad un'autorità. E, per di più, con un tu poco rispettoso. Infine, c'è l'indicativo colloquiale, ciliegina sulla torta.
Non c'è niente da fare, se c'è un titolo cafone, questo ne è un buon esempio: equivale , ahimè, al cafonissimo: "Ehi, capo! Portami una birretta!"
Senza il necessario "per piacere", "per cortesia", ovviamente...
arz

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