venerdì 4 maggio 2012

L'inutile contabilità dei suicidi


Come Ragionieri vecchio stampo ( non me ne vogliano!) molti giornali hanno incominciato la contabilità dei suicidi dei piccoli imprenditori. Ad aprire la deriva è stato Monti , quando, per esaltare le magnifiche sorti e progressive dell'Italia rispetto alla Grecia, ha pensato bene di comparare i suicidi greci con quelli italiani; non ha usato il “più o meno” ... ha indicato un numero preciso:1725.
La mia irritazione (scusatemi, ma sono un caso patologico...) sta proprio nella meticolosità del conteggio; mi ricorda , lo so che il paragone è forte, l'attenzione morbosa dei negazionisti sui numeri degli ebrei uccisi nella Shoà.
Sappiamo (quasi) tutti che il numero di fronte all'orrore significa ben poco e che soffermarsi sul numero è un modo come un altro per enfatizzare o per sminuire un determinato fenomeno.
In genere, tale metodologia di analisi viene utilizzata per fini propagandistici, per rinsaldare un tessuto argomentativo che tiene attraverso l'amido della spesso presunta scientificità.
Sappiamo (quasi) tutti che i numeri mentono, come mentono le statistiche, ma che soprattutto numeri e statistiche creano un pericoloso effetto alone che può nascondere altri problemi e altri drammi.
Perché, nel caso specifico, non esiste una contabilità certosina dei suicidi tra i precari e i disoccupati? Vogliamo creare forse pesi e misure diverse per drammatizzare ( per quali fini?) una situazione economica, politica e psicologica che coinvolge, in realtà, tutti, infanzia compresa?
                                                                                                                                             arz©
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