mercoledì 21 dicembre 2011

Il doppio ( Considerazioni sulla proposta tremontiana di far valere doppio il voto dei giovani )


Corollario del post precedente: l'idea di far valere il doppio il voto deve serpeggiare minacciosamente nella società.
Tramonti vuol far valere il doppio il voto dei giovani e c'è chi ( anche un mio carissimo amico...)  intende raddoppiare il voto di chi ha figli ( e lui ne ha quattro e , forse, seguendo il ragionamento fino in fondo, il suo voto dovrebbe valere cinque , il suo e quello dei quattro, tra l'altro simpaticissimi, figlioli).
Altri propongono un voto doppio per chi ha un minimo di cultura politica, penalizzando così il voto delle casalinghe di Voghera.
E' evidente il senso di fastidio nel far pesare il ( proprio) voto consapevole e vòlto alle sorti progressive dell'umanità quanto quello dell'elettorato “berlusconizzato” ( perlopiù anziano e poco scolarizzato, tendenzialmente conservatore e poco attento alle esigenze dei giovani; non è questo ovviamente l'intendimento della proposta di Tremonti).
Tutti i commentatori percepiscono il valore elitario della proposta, ma sembra che ci sia una coazione che spinge molti (anche a sinistra) a questo tipo di ipotesi.
Purtroppo, il tutto ricorda la “seconda riforma di Richelieu” ( non il Cardinale, un suo lontano parente) che dava un peso maggiore al voto degli ottimati (1820); è inutile osservare quanto tale manovra fosse fortemente reazionaria e restauratrice.
E non c'è nobile del tempo fu che, costretto a dare il voto ai contadini analfabeti, non abbia in cuor suo desiderato di dimezzare, non potendolo nullificare, il voto della plebe.
Ecco: tali proposte che a prima vista sembrano dei barbatrucchi per degeriatrizzare la comatosa Italia suonano come i peggiori e incoffessati desideri dell'aristocrazia ( allora terriera e, adesso, intellettuale).
Non sono un politologo per cui aggiungo una nota più leggera per banalizzare il mio intervento, in modo che qualcuno non mi faccia a pezzi con armi argomentative più affilate delle mie.
In terra orobica c'è un paesetto di cui tacere il nome è bello che ha il gusto di raddoppiare tutto.
Viene chiamato il paese dei “dòpe” ( alcuni interpretano il nomignolo come “doppiogiochisti”).
Sia come sia , quando arrivate al paesello, modesto e caruccio, e vi dirigete verso la Chiesa ne trovate una  che, fatte le debite proporzioni tra dimensione del paese e quelle dell'edificio, gareggia con il Duomo di Milano.
Non per sentirsi “doppi”, sia chiaro, ma per fare sentire gli altri “la metà”;-)
©arz
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